Ombre ammonitrici

di Arthur Robison
Schatten - Eine nächtliche Halluzination / Ger. 1923 / 85 min

ombre-ammonitrici
TRAMA: Durante una cena in una villa nobiliare, un artista ambulante intrattiene la coppia di proprietari e i loro ospiti, con uno spettacolo di ombre. Nel corso dell’esibizione, l’uomo ipnotizza tutti e così le fantasie recondite e gli istinti perversi, le frenesie e i desideri irrazionali magicamente si materializzano.

  • REGIA: Arthur Robison
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Albin Grau, Arthur Robison, Rudolf Schneider
  • FOTOGRAFIA: Fritz Armo Wagner, Hugo von Raweezinskii
  • INTERPRETI: Alexander Granach, Fritz Kortner, Ruth Weyher, Gustav von Wangenheim
  • SCENOGRAFIA: Albin Grau
  • MUSICHE: Donald Sosin

Recensione

Fra i titoli più significativi della produzione tedesca negli anni Venti, è il film in cui il talento visionario di Arthur Robison, laureato in Medicina ma presto arrivato al cinema attraverso il teatro, raggiunge i suoi approdi migliori. Nessuna didascalia a “spiegare” la storia, ma un schermo che è regno assoluto delle sole immagini. Le figure e il senso sono immersi dentro una spirale fantasmatica, in una straordinaria, ambigua intersecazione fra piano onirico e dimensione del reale.
È sera in una casa settecentesca: moglie e marito con i loro ospiti restano vittime dell’ipnosi; le ombre si separano letteralmente dai corpi, “prendono vita“, si sostituiscono a essi. Il racconto entra ora nel territorio dell’inconscio: la bellissima contessa e la gelosia del consorte che si tramuta in follia, le ossessioni, le pulsioni segrete e il tormento dei personaggi, l’erotismo brulicante e il senso di morte persistente. Fino al risveglio, al mattino, adesso serena e sicura realtà dove tutto è tornato alla normalità.
Una crisi coniugale tradotta in dramma a trazione freudiana nella forma di visione allucinata, fra teatro stilizzato ed espressionismo perturbante, messa in scena trasfigurata di corpi, spazi e geometrie, gioco feroce e inquietante di riflessi e di ombre. Sinistra e seducente la composizione visiva a creare una voragine claustrofobica delle forme in movimento e, insieme, dell’occhio spettatoriale. Un film sul doppio, sulla psiche, sull’immagine. Sulla luce. Sul cinema, sulla sua natura di dolce incubo.

Leonardo Gregorio