Il Golem – Come egli venne al mondo

di Paul Wegener e Carl Boese
Der Golem, wie er in die Welt kam / Ger. 1920 / 84 min

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TRAMA: Nel ghetto ebraico della Praga cinquecentesca dominata da Rodolfo II d’Asburgo, l’anziano rabbino Löw tramite un rito di magia cabalistica dà vita alla sua creatura, il Golem, e ne fa il suo servitore. L’imponente essere fatto d’argilla si ribellerà al suo demiurgo ma, alla fine, morirà, ucciso dal gioco di una ignara bambina curiosa.

  • REGIA: Paul Wegener e Carl Boese
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Gustav Meyrink, Paul Wegener, Henrik Galeen
  • FOTOGRAFIA: Karl Freund
  • INTERPRETI: Paul Wegener, Albert Steinrück, Ernst Deutsch, Lyda Salmonova, Otto Gebühr, Lothar Müthel
  • SCENOGRAFIA: Hans Pöelzig, Kurt Ritcher
  • MUSICHE: Hans Landsberg, Aljoscha Zimmermann

Recensione

Della genìa dei monstra cinematografici, il Golem è creatura iniziale, primordiale turbamento, vertigine demiurgica. L’antica leggenda ebraica che lo plasma ispira Paul Wegener, attore e regista assai attratto dalle nuove possibilità del mezzo cinematografico, che realizza il film in collaborazione con Carl Boese. Prima sono venute altre due versioni, una del 1915, Der Golem, girato da Wegener e Henrik Galeen, e una del 1917, Der Golem un die Tänzerin, firmata dal solo Wegener. Ne Il Golem – Come venne al mondo, la più potente fra le tre pellicole, la storia dell’antropoide dalla forza straordinaria (interpretato in modo magistrale dallo stesso regista), muto essere infelice scisso fra la dipendenza da chi lo ha creato e il bisogno di libertà che lo porta infine alla ribellione, trascina il film in una sintesi straordinaria fra i territori del meraviglioso e le tracce del perturbante, in un progressivo e magnetico crescendo di tensione emotiva. La Praga del XVI secolo, ricreata dall’architetto Hans Poelzig, è realtà che si annulla e resta solo alterata percezione, è costruzione di spazi inquietanti, fra interni ed esterni, linee e composizioni, sinistre scenografie che dominano l’uomo, a schiacciare i personaggi. I volti diventano luoghi e superfici, gli oggetti si caricano di senso, sono presenza, i chiari e gli scuri delle forme in continuo contrasto si fanno racconto. È cinema che conferisce all’espressionismo, come ha scritto lo storico René Prédal, «la sua connotazione fantastica».

Leonardo Gregorio