Il Castello degli Spettri

di Paul Leni
The Cat and the Canary / USA 1927 / 82 min.

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TRAMA: I parenti del bizzarro miliardario Cyrus West, morto vent’anni prima, si radunano nella sua dimora per leggere insieme al notaio il testamento. Fra tutti, la prescelta è la dolce Annabelle, spetterà a lei l’immenso patrimonio, ma ad alcune strane condizioni. La notizia dell’evasione di un feroce assassino da un manicomio e una serie di avvenimenti inquietanti e inspiegabili turberanno la notte del gruppo.

  • REGIA: Paul Leni
  • SOGGETTO: John Willard
  • SCENEGGIATURA: Walter Anthony, Alfred A. Cohn, Robert F. Hill
  • FOTOGRAFIA: Gilbert Warrenton
  • MONTAGGIO: Martin G. Cohn
  • INTERPRETI: Laura La Plante, Creighton Hale, Forrest Stanley, Tully Marshall, Gertrude Astor, Flora Finch, Arthur E. Carewe
  • SCENOGRAFIA: Charles D. Hall
  • MUSICHE: Hugo Riesenfeld

Recensione

Hollywood chiama a sé lo scenografo e regista tedesco, Paul Leni, dopo il film Il gabinetto delle figure di cera (1924), incubo ambientato in un museo delle cere le cui statue nottetempo si animano. Non è il primo dei cineasti europei che prende la via degli Usa, dove congederà numerosi successi prima di morire a soli 44 anni. Il primo della serie, tratto da una pièce di Broadway, è Il castello degli spettri, che diventerà presto modello di riferimento per il successivo cinema horror targato soprattutto Universal. Ed è interessante vedere come una messa in scena, un armamentario di figure e luci, statutariamente e drammaticamente espressionista (la magione goticheggiante, la sovrimpressione, le ombre lunghe, il taglio sghembo, le facce) si innestino in frequenti singulti comici e leggeri, incarnati da situazioni e personaggi-limite. Ne risulta un horror che è al contempo esercizio ironico, attraversato da marche stilistiche di genere immesse in un racconto dinamico e sgangherato che si infiltra negli umori e nei luoghi tipici di quel cinema, ora permeandoli, ora ribaltandoli, maneggiando archetipi, paure e orizzonti d’attesa di chi guarda. Un sapiente mélange di spettacolo e tecnica dove, come scrisse il «New York Times» nel 1927, Paul Leni non risparmia “una sola occasione per mostrare cosa si può fare con una macchina da presa”. Non è difficile, dunque, sentirvi una pulsante modernità (l’uso sapiente della soggettiva, ad esempio) che parte da questo castello dei presunti fantasmi per arrivare ai contemporanei horror, non di rado propensi a giocare di farsa e alleggerimenti.

Leonardo Gregorio