Vecchia America

di Peter Bogdanovich
Usa-GB 1976 | col | 121’

TRAMA: 1910. Un avvocato senza più lavoro diventa per caso regista di filmetti muti il cui protagonista è un ex malandrino. Avventure tragicomiche sul set porteranno i protagonisti a scontrarsi col mondo della Settima Arte. Tic dei protagonisti, manie di persecuzione e svariati omaggi al cinema muto si susseguono durante il film nel film. È l’azione del cinema nelle vite dei personaggi, che unisce anche i caratteri tra loro più dissimili.

  • REGIA: Peter Bogdanovich
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Peter Bogdanovich, W.D. Richter
  • FOTOGRAFIA: László Kovács
  • MONTAGGIO: William C. Carruth
  • INTERPRETI: Ryan O’Neal, Tatum O’Neil, Burt Reynolds, Brian Keith, Stella Stevens, John Ritter, Jane Hitchcock
  • SCENOGRAFIA: Richard Berger
  • MUSICHE: Richard Hazard
  • PRODUZIONE: Columbia British, Emi

Recensione

Un ragtime degli anni Dieci apre il film (alla Woody Allen per intenderci) e immerge immediatamente lo spettatore nel milieu che intende ricreare. Cosa fa un avvocato casinista e disoccupato (Ryan O’Neil) negli anni Dieci? Probabilmente decide di darsi al cinema.
Già dall’inizio si respira aria da scene del cinema muto, il cappellino di O’Neil è keatoniano ma il protagonista è un Keaton più “modernamente” pasticcione. Poi l’innamoramento attraverso il finestrino di un treno rimanda alle sentimentali e “sdolcinate con brio” scenette chapliniane. Sempre ragtime in sottofondo. Eccolo Burt Reynolds, senza baffi e con vestito a scacchi, in sella a un cavallo. Ma nel cinema si cavalca “stando fermi”, vedrete. Poi eccolo l’omaggio a Keaton, le sue occhiaie e i suoi occhi in fuori sono gli stessi di un personaggio di contorno. Volano gli associazionismi, il dialogo Ryan-Tatum ricorda quello di tre anni prima di Paper Moon (sempre Bogdanovich), e Tatum in questa old America è davvero un perfetto neo-Jackie Coogan, “monello” chapliniano indimenticabile, che da grande sarà Zio Fester negli Addams, guarda caso altra “maschera” da cinema muto (tra “Fatty” Arbuckle e lo stesso Keaton). Poi sul volto di Reynolds, a metà del (meta)film, compaiono dei baffi, classici feticci del nostro. È paradossale che un film ambientato all’epoca del muto sia in realtà una pellicola estremamente e quasi nervosamente parlata. Certo, perché all’epoca si parlava ma il suono era assente, dunque quello di Bogdanovich è anche un omaggio alla magia del sonoro, realtà e finzione di un rapporto (discorso) amoroso, parafrasando i frammenti di Barthes. Dalla preistoria al west, dall’Oriente all’Occidente, gli sketches del film (muto) nel film (sonoro) ripescano tutte le epoche, tutte le vite dell’uomo. Poi ecco l’ascesa di Griffith, siamo al 1915, The Birth of a Nation inaugura un “nuovo” cinema e la morte del Nickelodeon (titolo originale di Vecchia America), tipo di cinema diffuso in America negli anni 1905-06, dove si pagava appunto con una moneta da cinque centesimi (nickel) l’ingresso al cinema (l’Odeon dell’antica Grecia dove si tenevano le rappresentazioni musicali). Le didascalie rinnovano il linguaggio al cinema, non più cartelli sulla scena trasportati da uomini. Il biglietto sale da cinque a dieci centesimi, la durata dei film aumenta e quindi anche il pubblico, le sale devono essere più confortevoli, la nazione “griffithiana” nasce schiacciando il nickelodeon, retaggio innocente di certo cinema, di certi sogni infantili, di certe meravigliose emozioni primordiali. L’immagine (amore per e nella vita) si muove e noi torniamo tutti bambini. Vivaci ma innocenti. Dinamici mentalmente ma statici di fronte allo schermo che è riflesso di sogni andati e desideri futuri, nei quali il cinema ama se stesso e chi lo guarda.

Giuseppe Ceddia