Sogni d’oro

di Nanni Moretti
Italia 1981 | col | 105’

TRAMA: Un giovane regista romano, Michele Apicella, sta lavorando al suo nuovo film La mamma di Freud. Una condizione di frustrazione, derivante dall’incomunicabilità con il suo pubblico, lo spinge sempre più in una spirale di nevrosi che lo porta a detestare i dibattiti, i coetanei, i suoi attori, sua madre e la psicanalisi, nonché i paragoni con altri registi. Ma soprattutto deve fare i conti con l’amore non corrisposto per Silvia, un’ex compagna di scuola che gli appare in sogno tutte le notti. Alla fine il film si realizza e le accoglienze sono favorevoli, ma i sogni di Michele peggiorano…

  • REGIA: Nanni Moretti
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Nanni Moretti
  • FOTOGRAFIA: Franco Di Giacomo
  • MONTAGGIO: Roberto Perpignani
  • INTERPRETI: Nanni Moretti, Nicola Di Pinto, Laura Morante, Remo Remotti, Piera degli Esposti, Giampiero Mughini
  • SCENOGRAFIA: Gianni Sbarra
  • MUSICHE: Franco Piersanti
  • PRODUZIONE: Renzo Rossellini per Operafilm, RAI Radiotelevisione Italiana

Recensione

Freud e il Cinema, ovvero sogni e nevrosi che s’intrecciano… fino a diventare un film.
È il mondo di Michele Apicella, regista e intellettuale frustrato da un’identità indefinita. Una realtà in cui deve affrontare da un lato estenuanti dibattiti e critiche incalzanti, e dall’altro la monotona quotidianità della convivenza con la madre.
Dopo il successo ottenuto con il suo secondo film, Michele è chiamato a partecipare a cineforum, dibattiti, tavole rotonde, interviste televisive, per sentirsi dire quasi ovunque le stesse cose: che distorce la realtà, che si ripete, che i suoi film sono troppo impegnati, che non saranno mai capiti “da una casalinga di Treviso, da un pastore abruzzese, da un bracciante lucano”. Ma lo snobismo di Michele si protrae oltre ogni censura e come in preda a impulsi isterici si difende affermando di essere il migliore, che la sua arte è quella di un profeta del nuovo linguaggio cinematografico.
Intanto prepara un altro film, La mamma di Freud, in cui aspira a rappresentare il legame del padre della psicanalisi con la figura materna, esattamente uguale al suo con sua madre, così da inserirlo in un contesto derisorio e caricaturale.
Del resto lui detesta la psicanalisi così come detesta i dibattiti, la madre, i coetanei, i giochi televisivi e gli aspiranti registi. L’esortazione di sua madre a lasciare quella casa per cercare altrove la sua indipendenza provoca in lui una reazione aggressiva, che lo porta ad una confessione: “non voglio superare il mio complesso edipico!”…
Persino i suoi sogni, presumibili oasi di rifugio e salvezza, sono in realtà intrisi di visioni inquietanti e grottesche, laddove anche l’amata Silvia gli dispensa accuse e disprezzo definendolo “vittima di una vuota esistenza”.
L’incapacità e l’inadeguatezza a rappresentare la realtà giovanile, spingono il regista a rappresentare piuttosto il singolo, l’individuo, e ad un cinema d’impegno sociale risponde con un cinema incline a ritrarre inquietudini personali dove l’io imprigiona inesorabilmente la coscienza collettiva.
Appare quindi emblematica la scena dello scontro tra Michele e un altro giovane regista: davanti alle telecamere si sfidano a prove surreali e grottesche esaltando l’idea di un protagonismo vincente, sleale, individualista e crudele che prefigura, agli inizi degli anni Ottanta, quella nuova realtà televisiva che andrà affermandosi, basata sulla frenesia dei sondaggi, degli ascolti, del Target e della volgarità qualunquistica.
Ormai del tutto sprofondato nella sua dimensione surreale ed onirica, Michele finirà per assumere le sembianze di un licantropo che corre disperatamente incontro al suo unico amore, Silvia, nel grido definitivo di dolore e liberazione: “Sì, sono un mostro! Ti amo! E non voglio morire!”.

Nicola Cavaniglia