Nitrato d’argento

di Marco Ferreri
Ita-Fra-Ung 1996 | bn - col | 88’

TRAMA: Una sala cinematografica vuota. Una sala cinematografica piena, ma sulle poltrone ci sono solo dei manichini. Si spengono le luci e comincia una cavalcata attraverso i cento anni di storia del cinema con alternanza, sullo schermo, di spezzoni di vecchi film, grandi classici o opere d’accatto, mentre il pubblico vive, ama, piange, urla, scappa, insorge, sogna. Che invenzione, il cinematografo!

  • REGIA: Marco Ferreri
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Marco Ferreri, Gianni Romoli, David Maria Putorti
  • FOTOGRAFIA: Yorgos Arvanitis
  • MONTAGGIO: Dominique B. Martin
  • INTERPRETI: Iaia Forte, Marc, Eric Berger, Sabrina La Loggia, Doriana Bianchi
  • SCENOGRAFIA: Tibor Liman
  • PRODUZIONE: Tilde Corsi, Maurice Bernart, André Szots

Recensione

Il telo dello schermo osserva le persone sedute in poltrona perché il vero spettacolo è quello che si consuma in sala: la signora seduta sul palco guarda il protagonista del film che guarda il proiezionista, il bambino guarda a bocca aperta il bacio tra due innamorati a loro volta fissati dall’occhio/obiettivo della macchina da presa. Andare al cinema è naturale, come ridere e partorire guardando un film di Charlot. O innamorarsi di un paralitico perché lui, in fondo, è uno dei tanti spettatori seduti nell’oscurità. I bambini insegnano ai grandi, e i grandi sembrano bambini. Le ragazze in realtà sono uomini. E gli operai sgambettano come ballerine delle Folies Bergère. Quello che avviene è un rito collettivo, fatto di regole non scritte che col tempo sono mutate.
Nitrato d’argento è tutto questo, ed è anche la rivendicazione di un cinema che prima di essere Settima Arte è un fenomeno di coesione sociale: un luogo dove socializzare, riposarsi dal lavoro o semplicemente sognare.
Al cinematografo, come mai da nessuna parte, ci si sente tutti uguali (o quasi). Nel foyer si ricrea l’immaginario di cui il cinema ci nutre. Il cinema è il luogo eletto a rendere reali le fantasie più sfrenate e a rendere fantasmatica la nostra vita. Tramite la scelta di un film si discute dei massimi sistemi.
L’ultimo capolavoro di Ferreri è un montaggio di scene girate tra l’Ungheria e l’Italia, e altre prese da film, cinegiornali e filmati di repertorio. In occasione del centenario della nascita del Cinema, Ferreri ci regala un racconto di amore/odio per l’arte filmica in cui sembra annunciare la fine di un’era, quella delle sale di un tempo, celebrate in questo film.

Palma Totaro

Corriere della Sera (3 settembre 1996)
da uno dei nostri inviati a VENEZIA

Grandi acclamazioni per Marco Ferreri, di cui ieri la Mostra ha presentato, negli Eventi speciali, “Nitrato d’ argento”, kolossal d’ addio, da parte di un amante appassionato, al luogo cinematografico per eccellenza: la sala buia. Intesa come casa, rifugio, luogo per guardarsi, toccarsi, amarsi… in 90′ abbiamo visto nel buio ancestrale, illuminato dalle uscite di sicurezza, gli splendidi locali d’inizio secolo di Budapest, dove il film è stato girato con dispendio di costumi, comparse e spezzoni, dall’uso inedito: le immagini entrano infatti direttamente “in circolo”, nel tepore prenatale della sala. Forse non tutto il film è all’altezza della sua ipotesi, ma Ferreri trova, procedendo per associazioni libere, o almeno così fingendo, momenti di assoluta libertà visiva, emotiva, espressiva. Ruba l’aureola sacra al nitrato d’argento della celluloide, ma rende leggendarie le platee, moltiplicate nel tempo e nello spazio per aprire un varco alla commozione: per una sala in penombra si può delirare. Socraticamente Ferreri ha fermato gli applausi, lasciando che i giovani venissero a lui: “Conto su di voi, questo film l’ ho fatto per voi”. Ma resta inteso che lo ringraziamo anche noi.

Maurizio Porro