Lisbon Story

di Wim Wenders
Ger-Port 1995 | col - bn | 105’

TRAMA: Il fonico Philip, in seguito alla chiamata del suo amico regista Friedrich, va a Lisbona. Ad attenderlo una casa vuota, ma piena degli umori e del lavoro dell’amico. Pellicole, oggetti, zanzare. L’assenza dell’amico diventa pretesto per girare la città lusitana e scoprirne i lati nascosti e non, l’amicizia, l’amore, gli onnipresenti sorrisi degli abitanti. Un viaggio nella capitale portoghese di grande suggestione e una riflessione totale su un’idea di cinema.

  • REGIA: Wim Wenders
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Wim Wenders
  • FOTOGRAFIA: Lisa Rinzler
  • MONTAGGIO: Peter Przygodda, Anne Schnee
  • INTERPRETI: Rüdiger Vogler, Patrick Bauchau, Ricardo Colares, Joel Ferreira, Sofia Benard de Costa, Teresa Salgueiro, Madredeus, Manoel de Oliveira
  • SCENOGRAFIA: Zé Branco
  • MUSICHE: Madredeus, Jürgen Knieper
  • PRODUZIONE: Road Movies Film Produktion

Recensione

L’ S.O.S. di un amico da Lisbona, una breve lettera scritta a mano, niente nuove tecnologie.
L’Europa è ormai priva di frontiere. La mia patria. My home country.
Il cinema è muto sempre, la televisione e le pellicole giocano a nascondino.
L’uomo dei suoni si addormenta e un bambino lo riprende: è già metacinema dalle prime sequenze. Il muro dice “potessi essere tutte le persone di tutti i posti”.
Si possono riprendere i suoni? No, al massimo si riprendono gli oggetti da cui si ottengono.
Si può vedere un suono? Forse, i bambini che registrano “per caso” costruiscono una splendida storia sui rumori che il fonico produce.
I bambini. C’è aria di Truffaut e di Kiarostami. “Ascolto senza guardare e così vedo”. Le parole e Pessoa (“nessuno” in lingua portoghese), una fede che smuove le montagne, sono comunque il nulla.
La parola è testimonianza della memoria collettiva… poi si spalanca una porta e il fado irrompe con i Madredeus, chitarre piangenti e bare a forma di cuore.
Che fine ha fatto Fritz, l’amico che ha inviato il messaggio? È scomparso nel nulla, si svisa nel giallo. Le chiavi sono quelle del cuore, del sogno.
Vita e (meta)vita, stati d’animo che si sposano con l’esistenza, con la poesia, con il tempo bergsoniano e il fantasma borgesiano. Occhi che toccano e mani che guardano. Ossimori dei sensi.
Il saggio de Oliveira (che rifà Chaplin-Charlot) recita Dio e la sua imitazione tramite l’arte. Essendo la memoria un’illusione, esiste un mondo fuori dal film o l’immagine impressa sulla pellicola è la sola prova dell’esistenza? Siamo tutti bambini che riprendono “per caso” lo stesso CASO. Lo scettro del cinema è un gigantesco microfono che registra i rumori del mondo, della vita. Una città vista per quello che è, non per come vorremmo che fosse, l’amore che a essa regaliamo è filtrato dal caso, lasciamo che il mondo esprima la sua naturalezza estrema.
Quando si ama la vita, il sesso, il suono, si dorme sulle scale, si è disposti a farlo.
Le stampelle sorreggono l’individuo che, a sua volta, è sostegno del suono tramite un microfono.
Il suono dell’assenza dell’amico e della presenza del respiro umano che esala dalle vie di Lisbona salva l’immagine dal buio e le dona il respiro soffiandole linfa vitale. Quella del cinema. Che recita se stesso. Che si guarda allo specchio e si ama, si odia, si vede ridere e piangere, vede la città pulsante di vita vera e varia e l’amore che un canto del Sud può far sorgere in un cuore venuto dal Nord.
Wenders costruisce una riflessione sul cinema di rara poesia visiva ed esistenziale, un film che cura l’anima e la rende libera di muoversi nell’infinità dello spazio. Un film che, nell’osservare se stesso, si lascia guardare con gli occhi dell’anima.
Togliete una lettera alla parola “suono” e aggiungetene un’altra. Verrà fuori “sogno”. Forse per caso o forse no. Metacinema. Metastoria. Metamore.

Giuseppe Ceddia