Gli ultimi fuochi

di Elia Kazan
Usa 1976 | col | 125’

TRAMA: Monroe Stahr è il brillante e dispotico direttore di una delle più famose case di produzione hollywoodiane degli anni Trenta. Dall’alto del suo potere manovra con cinismo pedine di carne finché un giorno incontra Kathleen, una giovane donna che gli ricorda la moglie amata e prematuramente scomparsa. A partire da questo momento, da questa ossessione, inizia il suo lento declino che coincide con quello di un certo modo di “fare cinema” da lui stesso impersonato.

  • REGIA: Elia Kazan
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Francis Scott Fitzgerald, Harold Pinter
  • FOTOGRAFIA: Victor Kemper
  • MONTAGGIO: Richard Marx
  • INTERPRETI: Robert de Niro, Ingrid Boulting, Robert Mitchum, Tony Curtis, Jeanne Moreau, Jack Nicholson, Anjelica Huston
  • SCENOGRAFIA: Jack Collis
  • MUSICHE: Maurice Jarre
  • PRODUZIONE: Sam Spiegel

Recensioni

Elia Kazan e Francis Scott Fitzgerald, estromessi entrambi dal sistema hollywoodiano (per le denunce al regime maccartista il primo e perché considerato incapace nella scrittura cinematografica il secondo), hanno firmato con The Last Tycoon il loro testamento artistico: ultimo film per Kazan, ultimo romanzo, incompiuto e pubblicato “postumo”, per Fitzgerald.
Nel narrare le vicende di Monroe Stahr, Fitzgerald si ispirò alla figura di Irving Thalberg – brillante direttore, negli anni Trenta, della potente casa di produzione MGM –, inserendo, per arricchirne il profilo psicologico, alcune notazioni autobiografiche. Nella versione cinematografica, Kazan fa del personaggio un alter ego di Fitzgerald e di Thalberg al tempo stesso: le donne di Monroe rievocano le donne del romanziere che vive nel ricordo dell’amatissima moglie Zelda, scomparsa prematuramente.
Nel romanzo e nel film, nel trambusto provocato da una scossa di terremoto, appare negli studi della Metro la giovane Kathleen: affascinante, misteriosa e sfuggente “irrompe” nella vita di Monroe Stahr (interpretato magistralmente da Robert De Niro) sconvolgendone i capisaldi.
Il romanzo lascia la vicenda in sospeso; sarà la sceneggiatura di Harold Pinter a completarla nel film di Kazan, mantenendone l’aderenza ai valori: una storia d’amore come cornice ad una attenta e acuta riflessione sul declino dell’industria cinematografica. La sfortunata storia d’amore tra il puntiglioso e geniale imprenditore e Kathleen è “collaterale” all’impietoso sguardo di Kazan sulle manie e le psicosi dello star system americano. Il film si costruisce su se stesso – cinema nel cinema – moltiplicando, in un gioco di specchi, prospettive diverse. Emblematica, in tal senso, la famosa scena del nichelino in cui Monroe spiega allo scrittore Boxley cosa sia il cinema: vengono sfruttati più di quaranta cambiamenti d’inquadratura, con utilizzo di tutte le variazioni di scala e di angolatura possibili, in una perfetta sintesi del linguaggio cinematografico.
Muovendosi su piani diversi, ben fusi nella sceneggiatura e nel montaggio, il film è dunque una riflessione sul cinema, sul divismo, sulla brutalità della macchina hollywoodiana (che il regista dovette così spesso subire) e il dramma della vita di Monroe, come spesso avviene nella filmografia di Kazan, diviene dramma d’ambiente e dramma sociale. La pellicola si chiude su un’immagine crepuscolare, di evidente richiamo autobiografico, in cui l’ex Tycoon, solo e smarrito, si aggira per gli immensi studi cinematografici nei quali sta per irrompere un nuovo modo di far cinema.

Isabella Di Bari

Un romanzo incompiuto e un film, arricchito da un cast d’eccezione, ritraggono l’avidità nell’afferrare il presente per sopperire alla definitiva perdita del passato. Attraverso un’acquisizione conscia e graduale Monroe sprofonda negli inferi del presente senza via d’uscita, caparbio e forte solo della sua precaria supremazia in ambito lavorativo. Una riflessione sul cinema, ma anche sull’ineluttabilità delle metamorfosi: di noi stessi e del mondo circostante. Come in tutti i romanzi di Fitzgerald anche The Last Tycoon offre uno spaccato della vita in America degli anni Trenta, uno sguardo panoramico e onnisciente a narrare i rapporti sociali, l’ambiente culturale, le consuetudini e le contraddizioni del tempo. La realtà si racchiude su se stessa accartocciandosi e, nella scena finale, il magnate scompare lentamente nel buio di un immenso e asettico set cinematografico. Fitzgerald e Kazan ci raccontano in un’unica opera la debolezza e l’autoritarismo dell’uomo, lo sfarzo e la crudeltà del mondo hollywoodiano, la finzione e la metaforica trasposizione cinematografica del reale. Gli ultimi fuochi, questo il titolo italiano, non è che la cartina di tornasole di tutto ciò, una riflessione psicologica, sociologica. Come la luce sulla via di Damasco si rivela la necessità non procrastinabile del cambiamento. Un salto all’indietro e un omaggio all’arte cinematografica da parte di Kazan, arricchito dalla calzante performance di De Niro e da un’accurata fotografia.

Valeria Defilippis