Resistenza del corpo-cinema

di Luigi Abiusi
Federico Fellini e Marcello Mastroianni

Federico Fellini e Marcello Mastroianni

Se ammettiamo l’idea per cui le immagini cinematografiche non sono un contorno, un contesto, bensì – assumendo l’immagine-tempo – un ritorno continuo del testo del mondo, la materializzazione, via via, delle modificazioni dell’universo, allora dobbiamo accettare che è sul piano cinematografico (spesso piano-sequenza) che si gioca l’ampiezza, lunghezza, profondità, bagliore, umore dell’immanenza. E perciò il cinema non può che occuparsi del cinema, in quanto formattazione astrale, nella cui luce siamo immersi, come sagome in attesa di prendere senso. Condensazione di apparizioni dentro l’apparizione, che deviano, rifrangono, rimandano le coordinate spazio-temporali della civiltà dei consumi, in favore della vertigine di una realtà immaginale, cioè reale nella misura in cui appare il desiderio, la poesia, il personaggio incorporato nell’attore. L’attuale è un corpo a corpo con l’immagine. E ciò lo abbiamo visto una volta per tutte quest’anno a Venezia, dentro quel Cut di Amir Naderi, che è un meccanismo concentrico, cinema nel cinema nel cinema e così via, attraverso noi che guardiamo Cut, in cui c’è un pubblico che assiste a un film di Baster Keaton, nel quale lui sdoppiandosi (divenendo spettro, cioè puro personaggio alla ricerca di un corpo), va a interagire con un’altra messa in scena. E poi perché Cut è un film che si fa corpo tumefatto, congerie di cento capolavori della storia del cinema, che diviene fibra, membrana aperta angelicamente ai colpi dello Spettacolo-Capitale, quei film massivi irrorati da fasci sudici di Denaro. Ma questa membrana resiste: quando non è alle prese con le percosse, si sottopone alla cura dei fasci di film capolavori, che leniscono, rinforzano, così riesce a sopravvivere. È la sopravvivenza del Cinema d’arte, in un conto alla rovescia fatto di titoli (oltre che di pugni furenti al corpo-capolavoro) sgranati via via sullo schermo, perché sono la linfa da cui il protagonista prende corpo, Resistenza, fino ad arrivare a Otto e mezzo e poi Citizen Kane, dimostrazione di come il sogno del cinema non possa che rappresentare solo se stesso cioè l’altro da sé che è nelle immagini, questi fantasmi, questi scorci che sono sogno e sono la realtà della poesia, cioè, come notava follemente Nietzsche, l’unica realtà (im)plausibile. Non si poteva che iniziare da Otto e mezzo allora, cioè dalla girandola di desideri felliniani, che mentre appaiono, scandiscono la materia, il corpo del cinema, e di là verificarne la resistenza contro i duri colpi del Mercato, soprattutto, credo, attraverso il magnifico trittico italiano Moretti-Ferreri-Antonioni, comparizioni fantasmatiche e fibratili, ancora fulgide, nel mezzo dell’onnubilato Spettacolo che si svolge proprio ora, fuori dal cinema.

Luigi Abiusi
Direttore della rivista online Uzak.it; critico cinematografico per Filmcritica.