Lo specchio, l’autore, il secondo specchio (di fronte al primo)

di Carlotta Susca
Anna Magnani

Anna Magnani

In una delle presentazioni dell’Orizzonte degli eventi Cristò ha definito la metaletteratura un «corto circuito», argomentando che ciò che si vede guardandosi allo specchio è infinitamente meno interessante di quello che si può osservare ponendosi fra due specchi, l’uno di fronte all’altro.
La vista della nostra immagine ripetuta in un corridoio di specchi rende l’idea della moltiplicazione di sé, del paradosso, dell’affascinante finzione di una realtà riflessa ad infinitum*.
Ciascuno specchio, così, riflette e moltiplica, in un gioco al rilancio che non ha fine, e la prospettiva rende il nostro finito e limitato corpo una moltitudine di noi nella galleria del riflesso.
È ciò che accade nell’arte quando la creazione toglie i freni all’invadenza dell’io e tende a rappresentare l’autore nell’opera: in tal modo il sé è inglobato nella creazione artistica e quindi l’autore si ritrova ancora al di fuori della propria rappresentazione, e dunque nuovamente nella necessità – e nel fascino del rischio – di rappresentare ancora sé stesso che osserva l’opera. È un’illusione, il tentativo di rendere conto della tridimensionalità e del tempo nella superficie piatta del foglio, della tela o dello schermo cinematografico.
Lo specchio è la parziale compensazione al terrore di non poter catturare il momento preciso dell’atto creativo rendendo conto della presenza di chi sta creando, è la conferma che l’autore cerca della propria esistenza.
Laurence Sterne che crea un Tristram Shandy consapevole di non poter vincere la battaglia della scrittura contro il tempo della vita, che attimo per attimo aggiunge materiale di cui rendere conto in una autobiografia che voglia essere precisa, e David Foster Wallace che aggiunge note per specificare a un livello sempre più dettagliato e più personale, e John Barth che tenta di dettare sulla pagina i tempi esatti della vita dei suoi personaggi: tutti autori allo specchio, che provano ad esserci e a scomparire, tutti nel pieno del paradosso di essere consapevoli di sé e della propria opera pur tentando di nascondere l’io, «il più lurido dei pronomi»: ma, facendolo, ostentano la loro presenza. Non funzionerebbe fotografare lo specchio e modificare l’immagine per eliminare il fotografo; nel riprendere uno specchio al cinema non si potrà impedire allo spettatore di arrovellarsi su dove sia la telecamera, a rischio di non seguire più la storia.
Meraviglioso equilibrio quello degli autori che senti parlare in sottofondo, che accompagnano lo svolgersi della storia, e che nello specchio, anche se sfocati, sullo sfondo, puoi vedere.

*Ad infinitum è un racconto di John Barth pubblicato nella raccolta La vita è un’altra storia, libro la cui copertina raffigura un cappello a cilindro con dentro il libro con la copertina di un cappello a cilindro con dentro il libro… ma nell’ultimo cappello c’è un coniglio.