Vent’anni di vecchio cinema, il cinema allo specchio

di Mario Fiorentino

“Al cinema mi piace rivedere i film vecchi. Essi agiscono in maniera incomparabile con il passato e il ricordo. Le immagini che preserviamo dal passato lontano e che sono pertanto le più tenaci, si modificano sotto l’azione combinata della memoria e dell’oblio, e di questo siamo coscienti. Rivedere un film è dunque un’esperienza straniante poiché ci mette a confronto con delle immagini del passato che non sono cambiate. A volte esse ci sorprendono, e anche se si tratta di un film che abbiamo visto più volte, capita di ritrovare dettagli dimenticati o, più esattamente, trasformati dalla memoria che malgrado la rievocazione di immagini girate un tempo, ha continuato il suo lavoro di ri-creazione. E poi ci lasciamo di nuovo ogni volta prendere dal ritmo della narrazione come se questa fosse inedita. Rivedere un film vecchio è provare simultaneamente i piaceri dell’attesa e del ricordo, esperienza di cui la vita quotidiana non ci offre mai l’occasione.” (Marc Augé)

Queste parole, tratte dalla lettura “Rito e inizio” che Marc Augé ha tenuto al Petruzzelli di Bari in occasione del Festival “Frontiere”, descrivono in maniera incomparabile l’assunto che vent’anni fa, mentre le sale chiudevano, ci spinse a intraprendere un viaggio, sui sentieri del cinema, dagli esiti imprevedibili.

Scarica l'articolo di Oscar Iarussi Gazzetta del Mezzogiorno 1991

Gazzetta del Mezzogiorno 1991

Ma se rivedere vecchi film apparve all’epoca una scelta rischiosa (leggi l’articolo scritto da Oscar Iarussi in quel 1991) alla luce del panorama attuale, fervido di interesse e di interessi che ruotano intorno al cinema, rivela la lungimiranza di una visione dai frutti preziosi. Venti edizioni e il pubblico straordinariamente competente che ogni anno ci accompagna, rappresentano un traguardo di cui esser fieri, soprattutto per quei compagni di viaggio, collaboratori generosi e visionari, che nel tempo hanno contribuito a comporre, film dopo film, il caleidoscopico percorso che è la nostra storia.

E poiché ogni ricorrenza che si rispetti richiede di volgere uno sguardo indietro, la XX edizione fa compiere alla cinepresa una rotazione di 180° e, per una volta, lascerà al cinema il compito di parlare di sé, corpo/immagine dinanzi a uno specchio. Ma lo specchio cinematografico ha mille insidie: si carica di significati metaforici, è capace di frantumarsi in mille schegge, di rifrangere immagini e storie che contengono all’infinito altre storie. Può persino ribaltare punti di vista, capovolgere prospettive e svelare senza pudori la magia del cinema nel suo farsi, i suoi trucchi, i suoi inganni.

Federico Fellini e Claudia Cardinale

Federico Fellini e Claudia Cardinale

Prestigiatore eccelso, e mago sublime della settima arte, non poteva che essere Federico Fellini il vate ispiratore della rassegna. Il programma si inaugura con 8 ½ (1963), il suo lavoro più emblematico e, come lo definì Tullio Kezich, “il più clamoroso film-confessione della storia del cinema”. La proiezione sarà preceduta dall’inedito documentario di Mario Sesti L’ultima sequenza: le immagini mai viste di Fellini 8 ½, che, a partire dalle splendide fotografie scattate da Gideon Bachmann durante la lavorazione del film e utilizzando interviste rilasciate dallo stesso Fellini e dai suoi collaboratori, ne ricostruisce la genesi rivelando il mistero di una sequenza scomparsa.

Peter Bogdanovich

Peter Bogdanovich

Seguendo il filo appena tracciato, il guardarsi allo specchio impone anzitutto un dialogo con il tempo e Vecchia America, diretto da Peter Bogdanovich nel 1976, è un evidente omaggio alle origini del mito di Hollywood, agli anni dell’avventura e della spensieratezza, agli anni in cui ancora il cinema cercava sé stesso. Nickelodeon, il titolo originale, sta a indicare quei “cinemini” improvvisati del primo Novecento cui si accedeva appunto con un nickel. Il film ricostruisce il clima e il senso di provvisorietà di quel mondo, e lo fa mettendo in scena le peripezie di una troupe improvvisata, come spesso allora accadeva, il cui regista è un avvocato disoccupato, e il principale interprete un ex sicario della malavita.

Tim Burton

Tim Burton

Poi arrivò Griffith, il cinema divenne arte e iniziò la sua storia, ma cinquant’anni dopo Edward D. Wood Jr., un cineasta armato di sola passione, mise insieme un’altra sgangherata troupe per girare una serie di B-movies che gli valsero il titolo di peggior regista di ogni tempo. Rivalutato nel tempo – memorabile il suo Plan 9 from Outer Space del 1959 con il mitico Bela Lugosi resuscitato dagli inferi –, a immortalarlo definitivamente come autore di culto ci pensò Tim Burton dedicandogli Ed Wood (1994), un’insolita commedia in bianco e nero che ripercorre le sue bizzarre vicende, umane e professionali, fornendo un curioso esempio di cinema “cannibale”, che si nutre di sé.

Blake Edwards

Blake Edwards

Altro è il caso di Blake Edwards, prolifico sceneggiatore e autore di commedie sofisticate e brillanti (Colazione da Tiffany, Hollywood party) che dietro lo “humour nero” di S.O.B. (1981) rivolge, all’ambiente del cinema e alla fauna di arrivisti e sfruttatori che lo frequentano, uno sguardo velenoso e corrosivo che non ha niente di nostalgico.

Nell’ambito del cinema italiano, il programma propone tre autori diversissimi fra loro.

Marco Ferreri

Marco Ferreri

Si comincia con Marco Ferreri che, nel suo ultimo film Nitrato d’argento(1996), scarnifica il discorso all’essenziale e si concede un lungo viaggio attorno e dentro il cinema, ripercorrendone la storia e l’evoluzione in un unico flusso di immagini, tra fiction e documenti d’epoca, che lasciano trasparire, cosa insolita per lui, una punta di affettuosa nostalgia.

Nanni Moretti

Nanni Moretti

Nanni Moretti non ha mai fatto niente per nascondere la natura autobiografica dei suoi film e in Sogni d’oro (1981) mette esplicitamente in scena, col solito irresistibile effetto comico, le nevrotiche elucubrazioni di un regista paranoico alle prese con un nuovo film (La madre di Freud), dubbi e crisi esistenziale inclusi. Lo sguardo è sì rivolto al cinema, ma in una dimensione interiore da cui emergono quei fantasmi dell’inconscio evocati da Freud.

Michelangelo Antonioni

Michelangelo Antonioni

Antonioni invece, col suo stile basato su decantazioni, prolungamenti e sospensioni che fanno pensare a immagini riflesse da uno specchio appannato, pone l’attenzione sul nascente mondo dello star-system: ne La signora senza camelie(1953) segue il tragico percorso di una commessa che diventa per caso interprete di un film di successo, e si ritrova catapultata in un ambiente estraneo, cinico e ostile.

Robert Altman

Robert Altman

Ma è Robert Altman a guidarci nei meandri oscuri della “fabbrica dei sogni” puntando i riflettori, ne I protagonisti (1992), sul “dietro le quinte” di una “macchina” capace di stritolare tutti: produttori, sceneggiatori, soggettisti e una insolita carrellata di attori e protagonisti (più di settanta), che sulla scena del film interpretano sé stessi.

Michel Gondry

Michel Gondry

Michel Gondry, da visionario a tempo pieno qual è, si pone invece un eccentrico interrogativo: cosa accadrebbe se le copie di tutti i film esistenti andassero perdute? La risposta è Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm (2008): si prende una macchina da presa, possibilmente in prestito, e si rigirano tutti i film con mezzi di fortuna, in estremo stile nouvelle vague, con camera a mano e attori presi dalla strada. Certamente un racconto utopico, ma pervaso di dolce follia e dal desiderio di sognare.

Olivier Assayas

Olivier Assayas

Segue Irma Vep (1996), un film girato da Olivier Assayas in super 16 e in quattro settimane, nello stile militante degli anni Sessanta, ma senza rinunciare a un’idea di cinema molto personale, capace di ribaltare lo scarto tra realtà e finzione avvicinando lo spettatore al cuore del mistero/cinema.

Elia Kazan

Elia Kazan

Il programma riserva all’ultimo appuntamento la rievocazione di un altro momento di svolta nella storia del cinema. Ispirandosi al romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald The last tycoon, Elia Kazan ne Gli ultimi fuochi (1976) descrive la parabola dell’ultimo grande magnate dell’industria cinematografica degli anni Trenta, quell’Irving Thalberg, boss della MGM, interpretato magistralmente da Robert De Niro.

Wim Wenders

Wim Wenders

Anche Wim Wenders è autore di una personale riflessione sul cinema iniziata nel 1982 con Lo stato delle cose; in Lisbon Story (1994), mettendo ancora una volta in scena la crisi di un regista, la approfondisce indagando sui rapporti tra immagine e suono, pellicola e video, verità e menzogna, con un evidente omaggio a Federico Fellini, da poco scomparso, già nella scena iniziale in cui si intravede la prima pagina di un giornale con il titolo “Ciao Fellini”.

François Truffaut

François Truffaut

Il programma si conclude con un film che è anche una sintesi felice dei temi sin qui trattati. Effetto notte (1973) di François Truffaut non è solo il diario di bordo di un autore e la cronaca di quanto accade dentro e fuori il set. Nel doppio alternarsi tra realtà e finzione, Truffaut conduce per mano lo spettatore dietro lo specchio, dietro l’illusione, facendogli provare, alla fine del film, lo stesso rammarico e le stesse commosse emozioni della troupe, dopo l’ultimo ciak.

La sezione video di questa edizione di Sentieri nel Cinema, realizzata in collaborazione con la Fondazione Apulia Film Commission e curata da Toni Cavalluzzi, è dedicata al Backstage.

Buona visione