Professione reporter

di Michelangelo Antonioni
It 1975, col, 125’

TRAMA: David Locke, reporter televisivo, si trova nell’Africa sahariana per girare un servizio sulla lotta fra alcuni guerriglieri e un regime repressivo. Incontra casualmente un avventuriero di nome David Robertson. Quest’ultimo muore di infarto, così Locke ne assume l’identità. Locke torna in Inghilterra, dove in realtà è ritenuto morto, in seguito giunge a Monaco, dove scopre che Robertson vendeva armi alla guerriglia. Infine si reca a Barcellona, dove ritrova una ragazza intravista a Londra. Grazie all’aiuto della ragazza, David sfugge al suo produttore ed a sua moglie, che lo cercano credendolo Robertson. La fuga si conclude nel paesino di Osuna: David si separa dalla ragazza, ma giungono due africani, nemici di Robertson…

  • REGIA: Michelangelo Antonioni
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Michelangelo Antonioni, Mark Peploe
  • FOTOGRAFIA: Luciano Tovoli
  • MONTAGGIO: Michelangelo Antonioni, Franco Arcalli
  • INTERPRETI: Jack Nicholson, Maria Schneider
  • MUSICHE: Ivan Vandor
  • SCENOGRAFIA: Piero Poletto
  • PRODUZIONE: Ajym Films, Coopérative Générale du Cinéma Français

RECENSIONI

Il film di Antonioni gioca su un continuo richiamo di due elementi: la casualità e l’identità. La casualità dell’incontro Locke/Robertson assume un ruolo determinante, poiché è dalla casualità che scaturisce tutta la motivazione della vicenda. Inizialmente pensato come un giallo, il racconto mantiene la suspance tanto del poliziesco quanto del racconto d’avventura. Ancora la casualità dell’incontro con una ragazza a Londra segnerà il destino del protagonista: la rincontrerà a Barcellona, la Barcellona “visionaria” di Antoni GaudÍ che Antonioni elegge a sfondo di una vicenda tortuosa e dai contorni sfocati. Tutto il film epiletticamente si srotola e si svolge nel lungo piano-sequenza finale (un piano-sequenza “archetipico” della storia del cinema), un complicatissimo movimento di macchina che dalla stanza d’albergo di David attraversa le sbarre della finestra, carrella su un piazzale, incrocia (quasi casualmente) l’arrivo di un’auto, si volta e ritorna verso la medesima stanza da cui è uscita, seguendo un’altra prospettiva. Casualità, identità, ma soprattutto impossibilità di penetrare il reale: è sempre uno sguardo soggettivo quello che ci mostra la vicenda di David, narrata secondo i canoni del reportage, nel tentativo di esaminare le categorie del narrare e del mostrare partendo dalla complessità dell’elemento originario, l’immagine.
Come nei tarocchi calviniani, la narrazione di Antonioni procede per tasselli mai compiuti che appena abbozzano un significato lo perdono mantenendo il piano del significante e, sequenza dopo sequenza, ci conducono quasi casualmente verso l’inevitabile epilogo.

Isabella Di Bari

“Un uomo che si gratta la spalla, un bambino che tira dei sassi e polvere, c’è molta polvere qui”.
Nel deserto l’urlo strappa al silenzio una violenza incastonata da troppo fra le pieghe della vita che si spegne nel non senso. David Locke, reporter giunto in Africa per un servizio televisivo, vede nel volto assai simile al suo di David Robertson, morto per infarto, il riflesso di una vita differente in cui evadere; in controluce la libertà, condizione difficile quanto più bramata. Con uno stop improvviso egli interrompe il flusso inerte delle voci del passato, cambia la sua con l’identità dell’altro, trafficante di armi, e, braccato, fugge da Barcellona ad Almeria con una giovane studentessa, incosciente fra le colonne attorte di architetture insolite e per le vie ampie di un paesaggio che si distende. La macchina da presa segue l’uomo in un reale che appare come un reportage, un viaggio in tondo nello spazio-tempo rarefatto, costantemente in transito come la nuvola di sabbia che porta con sé il cammino e giunge altrove. Solitario nel suo nuovo me, David gioca come un bambino con l’insetto che schiaccia con la forza dell’urlo nel deserto: pur nella dimensione ampia dell’incontro fortuito fra i due destini, unica azione concreta e possibile che nel caos, nella tensione irrisolta, decide e si incide sul volto dell’interprete. Quando la fuga si arresta lo sguardo di Antonioni prosegue, dimentica l’uomo in un fuoricampo, ma ne ritrae il destino, visione inquieta dietro le sbarre. Tra le corde pizzicate, scarti baluginanti del tramonto.

Valentina Lacalamita