La signora della porta accanto

di François Truffaut
Fr 1981, col, 106'

TRAMA: Bernard Coudray vive con la sua famiglia in un tranquillo paese di campagna nei pressi di Grenoble. La casa di fronte alla sua viene affittata dai coniugi Philippe e Mathilde Bouchard. Mathilde non è una comune e sconosciuta vicina di casa ma, un vecchio,  tormentato e mai dimenticato amore di Bernard.

  • REGIA: François Truffaut
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: François Truffaut, SuzanneSchiffman
  • FOTOGRAFIA: William Lubtchansky
  • MONTAGGIO: Martine Barraqué, Marie-Aimée Debril
  • INTERPRETI: Gérard Depardieu, Fanny Ardant
  • SCENOGRAFIA: Jean-Pierre Kohut-Svelko
  • MUSICHE: Georges Delerue
  • PRODUZIONE: Les Films du Carrosse, TF1 Films Production

RECENSIONI

La signora della porta accanto è una corda tesa all’estremo seminata di sinistri presentimenti. La voce narrante, la signora Jouve che gestisce il circolo di tennis del paese, apre il film guardandoci dritto negli occhi: nelle sue parole e nel suo sguardo si annida un angoscioso preludio.
Non ci è concesso di capire a fondo il passato dei due protagonisti, non esiste confine tra passato e presente: il primo sguardo tra Bernard e Mathilde, che si ritrovano casualmente dopo otto anni, è già vertigine. Truffaut ci catapulta, senza darci il tempo di respirare, in una storia d’amore che non può redimersi, una storia di fantasmi che riemergono dal passato e che invano e disperatamente tentano di rivivere in un presente che si trasforma in incubo, ossessione, malattia. Un amore selvaggio, fatto di corpi che si cercano, si amano, si difendono, scappano e crollano in un dramma dell’incomunicabilità. Un destino beffardo e impietoso ricongiunge le strade di Bernard e Mathilde, strade che, in realtà, non erano mai state sciolte. La coppia Depardieu-Ardant brucia e affascina i nostri sensi.
Il  penultimo film di Truffaut fa soffrire, è un morsa spietata, è un incubo che termina la sua angosciosa corsa in un finale catartico, desiderato, perfetto.

Francesca Mastrogiacomo

«Né con te, né senza di te.»
Truffaut non teme di essere ripetitivo quando decide di narrare un tema da sempre affrontato nel cinema come nella letteratura: l’amore “sine ratione” direbbe Catullo; in effetti è una tragedia che si annusa  gradualmente e che ha inizio proprio con l’incrocio e la rinascita di una passione mai spenta. Un amore che si racconta allo spettatore attraverso sguardi sospetti, parole taciute o appena sussurrate… “dovevo parlarti”… “shhh”.
Mai scontato, Truffaut non narra l’amore  abitudinario, quello che vediamo scorrere alla luce del mattino, ma quello passionale che si consuma attimo dopo attimo in una squallida camera d’albergo, tra vetri appannati di un automobile, tra litigi e silenzi, confessioni e perdita dei sensi “In fondo non so se ce l’ho con te più per il male che ti ho fatto che per quello che tu hai fatto a me.“
Cosa resta quando l’amore acceca e il respiro si perde se non hai quell’amore tra le tue braccia? Solo un’ultima notte di ombre lunari piena di sospiri e di mani che cercano e divorano, con la pelle che succhia l’ultimo spasimo prima che tutto si concluda tragicamente una volta per tutte. Quando la passione incalza e non tace, quando brucia e fa male, la morte sembra l’unica via d’uscita per una donna persa nel sentimento e un uomo che non ha saputo metterlo da parte.
È questo il vero amore?

Vanna Carlucci