La doppia vita di Veronica

di Krzysztof Kieślowski
Fr/Pol 1991, col, 98'

TRAMA: Weronika e Véronique non si conoscono eppure sentono di appartenersi. Due vite che condividono una passione, un volto, una malattia. Una scelta cambierà, apparentemente, i loro destini.

  • REGIA: Krzysztof Kieślowski
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Krzysztof Kieślowski, Krzysztof Piesiewicz
  • FOTOGRAFIA: Sławomir Idziak
  • MONTAGGIO: Jacques Witta
  • INTERPRETI: Irène Jacob, Aleksander Bardini
  • SCENOGRAFIA: Patrice Mercier
  • MUSICHE: Zbigniew Preisner
  • PRODUZIONE: Sidéral Productions, Zespol Filmowy “Tor”, Canal+

RECENSIONI

La doppia vita di Veronica è un film essenzialmente da ascoltare. La musica di Preisner domina e accompagna le vite delle due protagoniste alle quali ci si può avvicinare adagio, attraverso vetri, finestre, specchi. Weronika e Véronique si riflettono nel medesimo flusso precario della vita. Entrambe sentono di essere ‘qui e altrove’, perché sanno di non essere sole al mondo. La vita di Weronika si spezza nell’estasi dell’ultimo ed estremo canto, linfa della sua esistenza, per poi continuare a scorrere e ad intrecciarsi nella vita inquieta e incompleta di Véronique. Il caso, nei panni di un misterioso  burattinaio, tira le fila di due vite che non si incontrano ma si appartengono, nutrite da quel sentimento di empatia che valica i limiti dello spazio e del tempo. Due specchi destinati a riflettersi e a non infrangersi mai, due storie che si uniscono in un unico atto d’amore che è, al tempo stesso, smarrimento e scoperta e coscienza di sé e dell’altro. Kiéslowski tesse le trame di vite possibili, dilata e capovolge paesaggi e volti attraverso delicati giochi di luci e riflessi, dirige una intensa e poetica Irène Jacob nel doppio ruolo di protagonista e le note di Preisner  rendono, La doppia vita di Veronica, una eterna sinfonia.

Francesca Mastrogiacomo

Un viaggio suggestivo nell’esperienza del doppio affrontato in una molteplicità di aspetti: l’identità (Weronika e Véronique), il corpo (sano e malato), la mente (io in me, lei in me, io da sola, io insieme a lei).
Dopo aver raccontato la storia di Weronika, una scena d’amore ci riporta immediatamente nella dimensione della carne e del corpo, in una sequenza poetica che esalta la sanità del corpo nella sua esposizione e pienezza sensuale. L’apparente parallelismo delle due vite assume anche cinematograficamente due tensioni: film intimistico e film giallo, in un gioco di opposizioni e coincidenze. Oltre alla somiglianza Kieślowski affronta le differenze: fra la adolescenza e la maturità, fra l’avventatezza e una maggiore cura di sé.
Weronika, incurante del proprio corpo, lo trascura totalmente.
Véronique continua a fumare, ma va dal cardiologo.
Weronika ha sempre fretta di arrivare da qualche parte, non sa bene dove e canta fino a morirne.
Véronique abbandona l’attività artistica e si dedica solo all’insegnamento: non sa spiegare perché, ma lo fa dopo aver sentito in sé che Weronika è morta.
Weronika sente che non è sola al mondo.
Véronique sente di aver perso qualcuno…
Dentro di sé Véronique sente che non deve sprecare la propria vita, non deve morire trascurandosi.
Il sentire di Weronika è, se si vuole, più ingenuo: è un forte sentire che non ha tempo di tramutarsi in un’idea più nitida. Quando vede Véronique sul pullman sa di essersi trovata, ma non sa di preciso cosa quel trovarsi significa. Véronique invece avverte con una fitta di dolore la perdita della possibilità di condividere le proprie idee, le proprie sensazioni, il proprio corpo con l’altra…

Jenny Fiore