Babel

di Alejandro González Iñárritu
Usa/Messico/Giappone 2006, col, 142'

TRAMA: Un Cacciatore giapponese dona un fucile ad un mandriano marocchino. Parte un colpo, per gioco, una donna è colpita e cerca la salvezza all’inferno. Altrove i suoi figli si perdono tra sabbia e fuoco messicano mentre qualcuno si spoglia per amare la morte, che aspetta e salta il turno… colpendo se  stessa.

  • REGIA: Alejandro González Iñárritu
  • SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Guillermo Arriaga
  • FOTOGRAFIA: Rodrigo Prieto
  • MONTAGGIO: Douglas Crise, Stephen Mirrione
  • INTERPRETI: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal
  • SCENOGRAFIA: Guillermo Arriaga
  • MUSICHE: Gustavo Santaolalla
  • PRODUZIONE: Paramount Vantage

RECENSIONI

Sparpagliamo le carte del destino: gli uomini, buttati giù dalla casa di Dio, Babele moderna e cosmopolita, incontrano la Morte, duplice: è bianca, muta regina senza sesso, guarda nel vuoto di una Torre/Grattacielo giapponese, è figlia di un’altra Morte, quella cacciatrice, che regala la sua Falce/Fucile e il Caos sceglie: in mano ad un idiota o ad un bambino. La Falce colpisce, il Diavolo interviene, Babele è il mondo, grottesca accozzaglia di figure sorde. Iñárritu costruisce un castello di carte, pone in cima la carta più oscura, ci soffia sopra e collega i pezzi, dolorosi e sparsi, di una tragedia che avviene per caso, per la maligna volontà del nulla/tutto che sta dietro le vicende umane. Stordisce una fotografia iperrealista che coglie rughe, segni e sangue del deserto berbero, dell’inferno alcolico messicano e i pallori esangui, asessuati di un sordo silenzio asiatico. Esemplare del “nuovo” cinema ad incastro, la storia procede per piani temporali che si intersecano e confondono, avvolgendo d’ansia lo spettatore che attende una Morte sospesa, che non arriva, ma lascia un sapore di zolfo e solitudine, di incroci salvifici e disperati che annullano ogni divismo dei protagonisti perché sulla torre della superbia si può morire per incoscienza o stupidità. Non compiace sapere che siamo affidati al caso. Con archi e piano Sakamoto pone l’ultima carta sul tavolo.

Giuseppe Del Buono

Marocco. Due bambini innocenti ed un fucile in mano. Il gioco. Poi il colpo. La tragedia. Un terremoto che trasforma le onde del destino in uno tsunami che si allarga e si espande. Fino agli Stati Uniti e al Messico. Fino al Giappone. Quattro episodi, quattro lingue (più una quinta, quella dei segni), quattro tessere di un mosaico in grigio, opaco ed impolverato come quello che si può trovare in una cattedrale abbandonata all’oblio. Alejandro González Iñárritu narra in maniera tetra ed angosciata di un mondo globalizzato dalla sofferenza, dalla solitudine. Non c’è politica. Ci sono solo i volti e la carne delle persone. Le loro storie. Un castello che qui si fa torre di Babele, le cui pareti portanti grondano lacrime e sangue. Dalla aspra genuinità stilistica iniziale, si passa alla cura maniacale delle forme espressive e dei dettagli. La fotografia, la messa in scena e la scelta di alcuni attori – la conferma della bravura di Cate Blanchett e la sorpresa per un Brad Pitt molto intenso – tradiscono la svolta hollywoodiana. Ciononostante è ancora ben saldo il senso del limite. Se nulla è casuale allora le persone/personaggi sono corpi che disegnano una figura universale. C’è un tratto che li unisce, nonostante la distanza che li separa sia di migliaia di chilometri. Il tratto è scavato violentemente da una pallottola sparata per gioco da un fucile. Per gioco. E il destino non può che essere dolore.

Vincenzo Pietrogiovanni