Leggendo i Tarocchi, pensando al Cinema

di Isabella Di Bari

Calvino pubblica Il castello dei destini incrociati con l’editore Einaudi nel 1973. Il testo allora era seguito da una Nota, scritta dallo stesso Calvino, che spiegava genesi e struttura del romanzo. Più opportunamente, nell’edizione del 2002 curata dalla stessa Mondadori, la nota è posta come presentazione al testo in quanto si rivela particolarmente utile per una lettura “a più livelli”. Nel dare  informazioni sui tarocchi, sulla loro storia e sulle difficoltà di interpretazione degli stessi, la Nota fornisce chiare indicazioni sul processo narrativo utilizzato dall’autore; un procedimento che, come vedremo, è assimilabile per molti versi alla tecnica di composizione cinematografica. Calvino infatti intende «raccontare attraverso figure variamente interpretabili» seguendo «l’idea di adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria in cui il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa occupa nella successione di carte che la precedono e la seguono». Dai tarocchi Calvino trae «suggestioni e associazioni, interpretandoli secondo un’iconologia immaginaria», utilizza dunque un linguaggio per segni e più precisamente per immagini: i personaggi sono muti e parlano attraverso le “sequenze” che mettono insieme accostando i tarocchi, così come in un film il racconto prende forma attraverso le “sequenze” di piani, di quadri, di movimenti della macchina da presa che determinano la successione degli avvenimenti.
Calvino inizialmente tenta di disporre i tarocchi «in modo che si presentassero come scene successive di un racconto pittografico», quando in una sequenza riconosce del “senso” la scrive effettuando un procedimento inverso rispetto all’iter cinematografico. Lo scrittore passa dalle immagini al copione scritto, mentre nella creazione cinematografica si passa dalla forma scritta a quella per immagini: ma ogni carta contiene già in sé un significato predefinito. Non è casuale che lo scrittore stesso parli di sequenze: «mi fu facile così costruire l’incrocio centrale dei racconti del mio “quadrato magico”. Intorno, bastava lasciare che prendessero forma altre storie che s’incrociavano tra loro, e ottenni così una specie di cruciverba fatto di figure anziché di lettere, in cui per di più ogni sequenza si può leggere nei due sensi». Calvino crea un copione di immagini, uno “spartito” che, proprio come alcuni spartiti musicali, assume i connotati di un “canone inverso”, leggibile nei due sensi. Mentre lavora all’opera, lo scrittore pensa al mondo “visivo”, alla narrazione per immagini e nel testo molto spazio è riservato alla vista ed al vedere, continuamente richiamati nel racconto: «Ma qual è l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensai ai fumetti, non a quelli comici ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi, gangster, donne terrorizzate, astronavi, vamps, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensai di affiancare alla Taverna e al Castello, entro una cornice analoga Il motel dei destini incrociati. Alcune persone scampate ad una catastrofe misteriosa trovano rifugio in un motel semidistrutto, dove è rimasto solo un foglio di giornale bruciato: la pagina dei fumetti. I sopravvissuti, che hanno perso la parola per lo spavento, raccontano le loro storie indicando le vignette, ma non seguendo l’ordine di ogni strip: passando da una strip all’altra in colonne verticali o  in diagonale».
Certo, quando Calvino ha concepito l’opera, la narrazione per immagini dei fumetti poteva essere un equivalente moderno del romanzo “a tarocchi”… ma oggi, qual è il romanzo moderno per eccellenza se non il cinema, definito appunto da molti “il romanzo dei giorni nostri”? E che dire della disposizione degli “strip”, delle vignette in verticale? Non è forse la disposizione delle scene su una pellicola, su un rullo che proietta immagini sullo schermo? Se dovessimo accostare la trama del Motel dei destini incrociati come Calvino la concepiva ad un equivalente letterario, di certo verrebbe subito in mente la cornice boccaccesca del De Camerone: dei superstiti sfuggiti alla peste di Firenze (una catastrofe) che raccontano delle storie seguendo un tema; ma cosa direste se ascoltaste questa trama senza conoscerne l’origine?
Io penserei sicuramente ad un film di prossima uscita.