Il sentiero dei destini incrociati

di Mario Fiorentino

Per celebrare il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Italo Calvino – tra i più grandi scrittori e letterati del ventesimo secolo, ma sopratutto assiduo spettatore e appassionato di cinema – il programma della XIX edizione di Sentieri nel Cinema si è ispirato alla sua opera, sempre permeata di suggestioni cinematografiche, e in particolare a Il Castello dei destini incrociati, una raccolta di storie costruite con i tarocchi che al tempo stesso svela e mette a nudo la struttura della macchina narrativa.
I tarocchi del romanzo di Calvino, come sequenze di un film, segnano i nodi fatali del destino dei protagonisti e la selezione proposta, come carte disposte sul banco da un giocoliere, rappresenta una delle possibili metafore dell’immaginario cinematografico, contenitore per eccellenza di racconti e destini che si incrociano e si intrecciano nell’infinita parabola della deriva umana.
Anche il programma è pensato e strutturato come una macchina narrativa: punto di partenza l’America, emblema e specchio di tutte le democrazie occidentali, splendidamente fotografata da Robert Altman in America oggi (1993) alle soglie di un cambiamento epocale. In un grandioso affresco di fine millennio, Altman raccoglie un insieme variopinto di storie quotidiane di un’umanità in bilico e come immersa in un gigantesco zapping esistenziale. La televisione è onnipresente, sottofondo ossessivo di ogni sequenza, è lo schermo dentro cui la realtà diventa “reale”.
Preveggenza? Qualità che non mancava anche al genio del regista spagnolo Louis Buñuel: ne L’angelo sterminatore del 1962, presagiva beffardo la fine di una borghesia sempre più fossilizzata e avvitata in se stessa, incapace di guardare al futuro e, nella metafora del film, prigioniera delle stesse mura che si è costruita attorno. Anche Antonioni, più giovane di Buñuel di una generazione, è stato un cantore della crisi della borghesia; il suo sguardo però è più intimista, rivolto soprattutto ai conflitti esistenziali dei protagonisti, allo svuotamento morale dell’ambiente in cui vivono, all’impossibilità di fuggirne: in Professione reporter (1975) il protagonista, un grandissimo Jack Nicholson, tenta una disperata quanto inutile fuga da se stesso con un cambio d’identità che si rivelerà comunque fatale. A volte invece può essere un incontro fortuito a determinare e sconvolgere i nostri destini. È quanto sembra voler comunicare Martin Scorsese con uno dei suoi capolavori, l’insolita commedia nera Fuori orario (1985), che ci conduce insieme al protagonista negli inferi di un grandioso incubo metropolitano, notturno e colorato di grottesca ironia. Proseguendo nel gioco a incastri degli incontri per caso, un classico è La signora della porta accanto (1981) dell’impareggiabile Truffaut: due straordinari interpreti, Gérard Depardieu e Fanny Ardant, si ritrovano vicini di casa molti anni dopo essersi amati con passione e lasciati con rabbia.  Destini che si incrociano a raffica anche nel film Kika (1993) di Pedro Almodóvar che ai consueti ingredienti usati nei precedenti film – grottesco/eccessi/situazioni esasperate – aggiunge il personaggio simbolo di una TV-spazzatura oscena e onnivora, straordinariamente attuale, che non si ferma dinanzi a nulla e fa della volgarità dello sguardo la propria cifra stilistica.
Un autore decisamente ossessionato dalle coincidenze e dalla fatalità, è senza dubbio il messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu. In Babel del 2006, partendo da un colpo di fucile sfuggito dalle mani di due ragazzini in un paese sperduto del Marocco, incastra quattro storie che si sviluppano in quattro zone ai confini del mondo, a migliaia di chilometri di distanza. Storie parallele anche nel film del regista polacco Krzysztof Kieślowski, La doppia vita di Veronica (1991), opera enigmatica e avvolta di mistero in cui anche se il tema immediato sembra essere quello del doppio, il vero protagonista è il caso, che estrae dal mazzo due donne dello stesso seme e le affida al vento di una dimensione metafisica assai cara a Kieślowski (Destino cieco, il Decalogo).
In questa rassegna/taverna di narratori, non poteva mancare Paul Haggis, l’erede di Altman che dopo aver firmato diverse sceneggiature di successo, passa alla regia e con Crash – Contatto fisico (2004), costruisce una babele di storie che come onde si scontrano e s’infrangono sull’ultima spiaggia del sogno americano svanito nel nulla.
Il programma prosegue con Pallottole su Broadway (1994), una commedia in cui è sempre il caso a guidare il gioco di un intreccio che Woody Allen si diverte a montare, con il suo stile ironico, colto e leggero, su un palcoscenico dove ogni storia ne contiene altre. Un piccolo gioiello di leggerezza è anche il film Smoke (1995) di Wayne Wang e Paul Auster. Non c’è una storia, ma uno sviluppo di situazioni il cui epicentro è una tabaccheria di Brooklyn dove clienti/viandanti, come nella taverna di Calvino, si fermano e raccontano storie che si avvolgono in volute di fumo. Meravigliosa e indimenticabile l’interpretazione del tabaccaio/locandiere Harvey Keitel.
Ma nell’infinito catalogo sciorinato dal destino può esservi anche la bizzarrìa della coincidenza: nascere “sfigati”, ma con lo stesso nome di un miliardario che deve pagare un riscatto per il (presunto) rapimento della figlia. È quanto accade a Jeffrey Lebowski detto il Drugo – uno straordinario Jeff Bridges – ne Il grande Lebowski (1998) dei geniali fratelli Coen che in questo film trasformano un banale copione giallo-noir in una irresistibile commedia degli equivoci, demenziale e surreale. A questo punto la macchina narrativa di questa diciannovesima edizione, accelera, sbanda e deraglia proprio all’ultimo appuntamento, con l’ultimo film in programma, Mulholland Drive (2001) del visionario David Lynch che confonde lo spettatore e il filo della trama con un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà.
La sezione video Vangàrd Café, tradizionale corollario alla rassegna, propone quest’anno una panoramica di cortometraggi – un ‘formato’ esploso negli ultimi anni con una grande carica innovativa – provenienti da tutte le parti del mondo. Si passa dall’horror demenziale di Willy Nilly (Nuova Zelanda) alla science fiction anni Cinquanta di Flying Saucer Rock’Roll (Irlanda), dal lirismo magico di En el espejo del cielo (Messico) al realismo allucinato di Moja domovina (Iugoslavia). Come perle racchiuse in pochi minuti di cinema, si susseguono l’inquietante Ruleta (Spagna), la gangster story anni Quaranta Bloody Olive (Belgio), lo straordinario fumetto a colori Taxi de nuit (Francia), l’esplosiva follia di Fünf Minuten (Germania), la stravagante tesi di laurea di George Lucas in Love (Usa) e la ottusa ribellione giovanile di Argent content (Francia).
La macchina si ferma, i narratori tacciono, le luci si riaccendono e ci guardiamo intorno cercando invano lo sguardo di Calvino, spettatore ammirato… insieme a noi.
Buona visione