Esordi d’Autore

di Mario Fiorentino

L’assunto da cui nasce l’idea di questa rassegna è che il primo film di un autore possa contenere le linee dello sviluppo futuro di tutta la sua opera. La selezione che proponiamo, condizionata in parte dalla disponibilità delle pellicole presso archivi e cineteche, offre un ampio ventaglio dei percorsi che portano al debutto di un cineasta. Talvolta nell’opera prima è già possibile riconoscere i tratti di una genialità che si confermerà nel tempo e Citizen Kane (1941) di Orson Welles è un caso esemplare: un film totalizzante, un esordio/testamento, un capolavoro che sfida il tempo e cambierà il volto del cinema. Altrettanto si può dire di Ossessione (1943) di Luchino Visconti, un film che stupisce tutti per uno stile assolutamente inedito che rompe con il passato, dando origine a quella nouvelle vague italiana nota in tutto il mondo come Neorealismo.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, il debutto alla regia è reso più facile dalla grande quantità di film che si producono ogni anno. Attori, sceneggiatori e tecnici passano da una produzione all’altra, frequentano i set di amici e colleghi, accumulano esperienze e per i più intraprendenti è facile passare dietro la macchina da presa.
Fellini debutta nel 1952 con Lo sceicco bianco che inaugura un suo personale, straordinario percorso artistico, ma comincia a occuparsi di cinema già dai primi anni Quaranta come autore di testi comici per Macario, Fabrizi, Totò, P. De Filippo e come sceneggiatore per Mattoli, Bonnard, Alessandrini e Rossellini. Anche Woody Allen proviene da una lunga gavetta come autore e interprete di testi comici per il cabaret e per il teatro off del Greenwich Village prima di approdare al cinema come sceneggiatore di Ciao Pussycat (1964), un film diretto da Clive Donner in cui fa anche la prima apparizione sullo schermo. Ma gli “inopportuni” cambiamenti apportati al suo script, lo indurranno a debuttare alla regia di quello successivo, Take the money and run del 1969, che lo farà conoscere in tutto il mondo.
A volte all’origine di un debutto può esserci il caso: Lina Wertmüller, già sceneggiatrice e aiuto di Fellini in 8 ½, dall’incontro fortuito con Tullio Kezich trasse l’incoraggiamento a scrivere e realizzare I Basilischi (1963) con cui vinse il Pardo d’oro al Festival del cinema di Locarno. Altre volte può essere la “raccomandazione” di un padre influente (ma non importa, se il film è bello e incassa al botteghino) come nel caso di Dario Argento, figlio di un produttore, che potè realizzare come voleva e senza condizionamenti L’uccello dalle piume di cristallo (1970) dando una svolta innovativa a un genere in Italia poco frequentato.
Pasolini invece arriva al cinema in modo piuttosto irregolare: dalla letteratura, e quindi assolutamente privo di preparazione tecnica. Addirittura, come egli stesso ha dichiarato, quando cominciò a girare il suo primo film, Accattone (1961), non sapeva che differenza ci fosse tra panoramica e carrellata, ma come  in molti hanno sperimentato, la tecnica si impara in pochi giorni, ciò che conta per fare un buon film è il talento.
Il talento c’entra sempre, meglio se è accompagnato dalla freschezza e dall’incoscienza della gioventù: Nanni Moretti ha solo 23 anni quando gira Io sono un autarchico (1976) – un film in cui si è riconosciuta un’intera generazione – munito di una cinepresa super 8 e tanta, spregiudicata risolutezza. Come Almodòvar che esordì con Pepi, Luci, Bom… e le altre ragazze del mucchio (1980) grazie al solo aiuto di un pugno di amici. Per Spike Lee invece può essere stato determinante un certo senso di rivalsa verso un sistema, quello delle majors hollywoodiane, che di fatto a quel tempo escludeva l’ipotesi di affidare la regia ad un autore afro-americano. Per girare Lola Darling, un film che nel 1986 ottenne un enorme successo internazionale, dovette autofinanziarsi creando una propria casa di produzione.
Negli anni Ottanta e Novanta col declino dell’industria cinematografica (per l’avvento delle TV commerciali) il numero di produzioni cala vertiginosamente e i debutti, specie in Italia, diventano più difficili e rari. Per riassumerli tutti, in questa prima e breve carrellata di esordienti (se ci sosterrà la curiosità e l’interesse del pubblico ne proporremo in futuro un secondo ciclo), abbiamo scelto Quentin Tarantino e i fratelli Joel e Ethan Coen che con lucida follia cinefila sono riusciti a “conoscere” idealmente tutto il cinema del passato – e in particolare quello italiano come gli stessi hanno più volte dichiarato – per riproporlo in combinazioni inedite. Ma non si tratta di cinefilia fine a se stessa, i Coen con Blood Simple (1986) e Tarantino con Reservoir Dogs (1995) si confrontano, rigenerandolo, con un genere dalla struttura usurata, il noir, per descrivere, con un rigore morale assai raro in quegli anni, un’epoca e un mondo in cui la verità è sempre altrove.
A rappresentare il nuovo millennio, carico di speranze per il cinema italiano, chiude la rassegna un giovane autore, Paolo Sorrentino, che dopo il debutto con L’uomo in più del 2001, si è ben presto affermato in campo internazionale come una delle promesse più interessanti del nostro cinema.