Paolo Gioli: Lo spazio e il tempo tra le immagini

di Bruno Di Marino

Sarà forse un paradosso, ma Paolo Gioli non fa parte di quello che potremmo definire cinema sperimentale italiano. Proprio lui che è forse l’unico vero sperimentatore in senso stretto. Non rientra in questa storia per diverse ragioni. Gioli rappresenta un caso più unico che raro di artista e filmaker che conosce perfettamente il dispositivo cinematografico, tanto da reinventarlo a suo piacimento mediante intuizioni che lo ricollegano direttamente al cinema delle origini e all’era del pre-cinema. È vero, in molti hanno reso omaggio alla cronofotografia di Muybridge e Marey, in tanti hanno operato una riflessione sulla natura ontologica e sullo statuto (quasi magico, fantasmagorico) dell’immagine in movimento, ricreando un immaginario a passo-uno. E tuttavia Gioli è andato oltre la citazione, al di là dell’artificio, non si è limitato a girare film alla maniera di, non si è sforzato semplicemente di trasfigurare il reale, filtrandolo e ritrascrivendolo attraverso le macchine, gli obiettivi, i suoi processi di sviluppo e stampa.

Sovrapposizioni, dissolvenze, sdoppiamenti, sgranature, ripetizioni, segmentazioni (del quadro), inversioni (da positivo a negativo e viceversa). L’immagine è instabile, trans-migrante. Il suo cinema ci ricorda che il movimento è qualcosa di illusorio, perché continuamente ricostruito. La fotografia può (anche) diventare cinema: fotografia del tempo, prima di tutto. L’artista si insinua, lavora su questo labile confine, ovvero tra i fotogrammi. E il fotogramma sembra essere la dimensione privilegiata dell’artista. Non c’è differenza se le immagini vengono proiettate, e quindi vivono nel tempo e sopravvivono per qualche secondo nella mente di chi le osserva; o se invece sono esposte, e hanno dunque una loro esistenza nello spazio (il tempo in ogni caso lo aggiunge chi le guarda).
Gioli è riuscito, da vero poeta visuale, a ricondurre la complessità dello sguardo, il meccanismo della percezione a un fenomeno naturale, non semplificandolo, anzi, semmai svelandone tutte le sfaccettature. Il suo è un cinema più che fisico o materico, chimico, biologico, organico.
Filmare non è per lui come respirare, ma è direttamente respirare.