Le visioni di Stan Brakhage

di Daniele Piovino

Stan Brakhage è stato uno dei più influenti filmmakers sperimentali del XX secolo.
Nella sua carriera ha realizzato tra i trecento e i quattrocento film, iniziando a girare all’età di diciannove anni influenzato, come lui stesso ha dichiarato, dal Neorealismo, da De Sica e Rossellini e, nello stesso tempo, da Gertrude Stein e dal surrealismo di Jean Cocteau. Le sue prime produzioni, che risalgono agli anni ’50, evidenziano chiaramente le peculiarità artistiche di quegli anni, ma risentono ancora dell’influenza “un po’ neorealista e un po’ onirica”.
Negli anni ’60 la sua ricerca si orienta verso una forma espressiva più lirica in cui il protagonista è lo stesso filmaker dietro la macchina da presa. Le immagini corrispondono a quello che il cineasta vede, alle sue reazioni a ciò che osserva, girate in modo che la sua presenza non possa mai essere dimenticata dallo spettatore. In questo senso, Brakhage fa pienamente sua la posizione dell’artista platonico: un anello nella catena che collega la musa al fruitore. Il suo cinema diventa poetico, visionario e antinarrativo nel tentativo di tradurre senza censure un’interiorità esplorata anche con pratiche magiche, sostanze psicotrope, tecniche orientali di meditazione. Gli aspetti fondamentali della ricerca estetica di Stan Brakhage ruotano intorno ad un’idea fenomenologica: quella della visione. La rappresentazione cessa d’essere naturalistica e cerca di rendere, dall’interno, sensazioni,emozioni ed esperienze visionarie. Il tempo diventa quello del ritmo psichico e del sogno. La violenza dell’inconscio, ribollente sotto la coscienza ordinaria, viene esplorata e rivelata in un outing rabbioso o follemente gioioso.
Dal punto di vista tecnico, l’acuta sensibilità ai cambiamenti del fuoco, l’attività dei fosfeni sulla superficie dell’occhio chiuso e la visione periferica, permisero a Brakhage di elaborare uno stile di ripresa poetico e coinvolgente, anche mediante l’utilizzo di tecniche e interventi realizzati in fase di postproduzione: sovrimpressioni, pittura a mano, graffi all’emulsione, incorporazione di parti del negativo. Brakhage era convinto che vi fosse un livello di cognizione che precedeva il linguaggio e che definiva “pensiero visivo in movimento”.
In alcuni suoi film, dove ad essere protagonista è la luce, lo spettatore è invitato a inventare un principio che possa associare ogni piano al precedente. Il preteso dualismo creativo tra “lo sguardo tecnologico” (meccanico, quindi potenzialmente perfetto) e “lo sguardo umano” (biologico e dunque imperfetto) in realtà non esiste. Brakhage è sempre stato consapevole dei limiti che la tecnologia poneva alla sua creatività.
Stan Brakhage è morto il 9 marzo 2003 a Victoria (Canada) per un cancro alla vescica probabilmente causato dalle tinte utilizzate per colorare le pellicole.