Il restauro di un’emozione. Io sono un autarchico quarant’anni dopo

di Mario Musumeci

Per parecchi della mia generazione (sono del 1953, coetaneo, ho poi scoperto, di Nanni), romani e non, Io sono un autarchico è un’opera che segna un’epoca, un classico in tutti i sensi, uno dei film che restano esperienza memorabile.
Ricordo di averlo visto, a metà anni Settanta, in seconda serata Rai, sullo scalcinato televisore in bianco e nero che condividevo, studente squattrinato, con mia madre. Mi sono riconosciuto in quelle battute, in quegli umori, in quelle iperboli e da allora Nanni coi suoi film è rimasto, per me e tanti altri, un compagno di strada importante e immancabile.
Trent’anni e più dopo quella seconda serata televisiva (a quel tempo non sapevo di pellicola e di cineteche e di restauro), in un altro capitolo della mia vita m’è capitata l’opportunità di occuparmi proprio dell’Autarchico, per proporne e poi curarne il restauro ed è stato come reincontrare un vecchio, vero amico perduto di vista ma sempre caro: un valore aggiunto di emozioni positive che, quando si ha la fortuna che occorrano, danno ancora più senso a questo lavoro.
Il progetto di restauro è iniziato alla svolta del millennio, a fine anni ’90 quando Nanni ha accolto la proposta della Cineteca Nazionale di mettere a disposizione i materiali originari del film per restaurarlo.
L’Autarchico venne realizzato in formato “super otto”, su pellicola a colori invertibile (per i meno addetti ai lavori, l’equivalente cinematografico della diapositiva) ektachrome e kodachrome: il formato classico, dagli anni ’60, del cinema amatoriale e sperimentale, oltre che degli home-movies.
Il suono venne registrato e mixato – non meno autarchicamente, con mezzi assai caserecci e artigianali – su magnetico e la sottilissima pista sonora finale venne incollata sulla scena tagliata e montata.
A dispetto – e forse però proprio anche in forza – della veste materiale povera e “familiare”, il film sorprende ancora oggi per il professionismo già evidente, a partire dalla misura monstre in rapporto al formato: un’ora e mezza e più di edizione finale, caratterizzata da un montaggio, da  un ritmo, da uno stile che sono già quelli del Moretti “maturo”. Sotto questo profilo, senza voler rubare il mestiere ai critici, penso sia da sottolineare e valorizzare il fatto che l’Autarchico – visto oggi, col senno di poi – mostra già tutto il repertorio dei temi e delle scelte stilistiche tipici del cinema di Moretti successivo: il rapporto padre-figlio, l’umorismo agrodolce, l’autoironia, il moralismo impietoso, la parodia di generi e stili fino alla “messa a nudo del procedimento” metafilmica (si veda nella seconda parte del film il dialogo fra Michele e Fabio sul tema dell’alter ego).
Nanni mise a disposizione della Cineteca proprio quel S8, conservato a casa sua come una reliquia, segnato dai guasti materiali delle proiezioni dei primi anni, da quelle memorabili al Filmstudio di Roma a quelle successive di promozione del film e del suo autore: graffi causati dal proiettore, rotture, incrostazioni di polvere.
A quei guasti, che si fermavano comunque ai primissimi anni di vita del film, quando Nanni ne realizzò il primo “gonfiamento” su negativo 16mm e nuove copie, mettendo a riposo il prezioso unico originale, si sommavano poi quelli ulteriori indotti dal tempo e dall’invecchiamento dei materiali, in particolare la deformazione di gran parte delle giunte originarie (effettuate con collante a base di acetone) e un’accresciuta fragilità del supporto (l’acetato di cellulosa tende a seccarsi nel tempo, perdendo morbidezza e flessibilità) e una percettibile deformazione dello stesso, in senso ondulatorio e elicoidale, accentuata dalla diversa reazione al tempo della pista magnetica incollata su un lato della pellicola. Questa ultima, poi, come verificammo in corso d’opera, aveva sofferto l’usura al punto che molte battute risultavano monche e il suono in generale era affetto da distorsioni e fruscii.
In pratica, avevamo un originale unico non più proiettabile comunque, pena la definitiva distruzione oltre che “emarginato” per la natura stessa del suo formato amatoriale e desueto; e dei duplicati 16 mm, certo riproducibili e proiettabili ma che, realizzati negli anni Settanta, erano decisamente al di sotto degli standard di qualità del 2000 sul piano della fedeltà fotografica all’originale.
Il restauro di un film non consiste semplicemente nel pulire o ripristinare l’immagine o il suono originarii, la sua essenza è nel trasferirli, con la massima fedeltà possibile – diciamolo semplicemente: copiarli – su supporti nuovi che ne assicurino la conservazione e la riproducibilità piena a lungo termine: procedura che si fa “analogicamente”, cioè per via cinefotografica, attraverso macchine da stampa; ovvero, da alcuni anni a questa parte, per via elettronica video digitale, mediante macchine scanner.
Decidemmo con Nanni che volevamo fare un restauro vero, e in particolare optammo spericolatamente per riportare il film su pellicola 35 mm: una sorta di risarcimento postumo della indiscussa dignità espressiva e autoriale dell’opera, ma soprattutto e più concretamente la sua definitiva acquisizione nel normale circuito di proiezione worldwide. Scelta spericolata perché com’è noto l’ingrandimento e il grande schermo inevitabilmente “sgranano” l’immagine, esaltano i difetti, alterano i parametri fotografici, costituendo una sfida ulteriore per un regista o un direttore della fotografia o per un restauratore.
Nel nostro caso, un problema ulteriore era dato dal fatto che i formati 8 e S8 non sono (certamente erano molto poco dieci anni fa) normalmente inclusi nelle linee di produzione dei laboratori professionali.
I primi tre anni di lavoro, per quanto riguarda l’immagine, furono impegnati da una lunga serie di test su macchine da stampa di diversi laboratori in Italia e all’estero. Tutti evidenziavano una qualità fotografica insoddisfacente e prospettavano costi molto alti; ma soprattutto ponevano un problema strutturale grave: l’originale rischiava seriamente la distruzione finale – per i guasti fisici già accennati – se passato negli ingranaggi di una macchina da stampa tradizionale.
La svolta fu la scelta del procedimento digitale, applicando – per primi in Italia, sia consentito sottolinearlo senza iattanza – a un restauro di un intero film e per intero il procedimento di digital intermediate che, appunto alla metà del decennio stava affermandosi anche qui come ordinaria filiera della post-produzione cinematografica.
Una breve digressione: dire digitale vuol dire elettronico codificato e quindi trattabile numericamente; elettronico, e digitale, vuol dire molte cose diverse: un dvd è certamente un supporto con una immagine digitale ma – a parte la labilità materiale del supporto – quella immagine ha una risoluzione – o se si vuole, in termini numerici, una quantità di informazione – che è almeno 10 volte inferiore a quella della pellicola fotocinematografia tradizionale e almeno 5 volte inferiore a quella dei formati digitali per il cinema.
Quindi, il nostro problema – tanto più in quanto impegnati a riportare il film in 35mm – era trovare uno scanner digitale professionale a alta risoluzione dotato di optional per il S8: comunque problema non semplice data la scarsa rilevanza commerciale del formato.
Lo trovammo nel laboratorio romano Augustus Color, dove finalmente potemmo avviare la fase operativa del lavoro.
L’acquisizione dell’immagine originaria in file digitali è stata effettuata a standard 2K, ossia 2048 x 1556 linee, lo standard minimo adottato dal procedimento digitale per il cinema.
L’immagine digitale è stata restaurata, pulita – senza esagerazioni, per evitare l’introduzione di artefatti elettronici – e con l’intervento personale di Nanni si è infine lavorato a verificare e correggere una serie di difetti di stabilità provocati ai cambi scena dalla deformazione delle giunte e a recuperare colore, contrasto e toni fotografici dell’originale, scena per scena e nel suo complesso.
Il lavoro sulla colonna sonora, più semplice dal punto di vista strumentale, è stato non meno impegnativo sul piano dei contenuti: per recuperare le innumerevoli micro-lacune del dialogo e emendare le distorsioni del suono in generale si è fatto ricorso, oltre alla colonna magnetica dell’originale, a un duplicato magnetico S8 – intatto e quindi meno usurato – ritrovato alla Sacher Film e a una serie di superstiti nastrini magnetici originari, riemersi da un cassetto dell’Autore, con le registrazioni originarie dei brani eseguiti da Franco Piersanti.
Negli studi del Reparto Suono di Cinecittà si è lavorato a collazionare le diverse fonti suddette e a eliminare o attenuare fruscii e ammorbidire il suono fino a ottenere una colonna sonora accettabile, sulla quale è stato poi eseguito un ulteriore lavoro finale di edizione per la versione dvd (uscita circa un anno fa) e per la versione cinema.
I file digitali scena e suono sono stati ri-trascritti su negativi scena e colonna nuovi, e da questi sono state stampate le copie nuove che restituiscono dopo quasi quarant’anni il film e i suoi immutabili eroi al loro, purtroppo attempato ma ancora vivace pubblico.
E sia lecito concludere ancora nel segno dell’emozione, abbracciando con affetto tutti quelli che – dentro e fuori la Cineteca – hanno collaborato all’impresa: Angelo Barbagallo, Aldo Strappini, Fabrizio Carraro, Alessandro Pelliccia, Anna Maria Cocchioni, per citarne solo alcuni; e non meno affettuosamente ringraziando Nanni per questo e gli altri suoi, “nostri” film.

Mario Musumeci
Centro Sperimentale di Cinematografia
Cineteca Nazionale
Ufficio Studi e Metodologie
Conservazione e Restauro