La leggenda del Golem

di Carlo Coppola

Da sempre l’uomo ha mostrato il desiderio di dominare le forze della natura, e sin dagli albori dell’umanità, ciò si è espresso attraverso la rappresentazione grafica. Per mezzo di pitture e manufatti, lapidei e lignei, l’umanità ha consapevolmente sviluppato il livello simbolico e gnoseologico, accompagnandolo con riflessioni sul proprio ruolo di dominatrice dell’universo circostante. Credenze popolari sulla possibilità di rendere viva la materia inanimata hanno quindi preso piede in vari luoghi del pianeta, anche molto distanti tra loro. Attraverso la rappresentazione di sé e del proprio mondo, l’umanità voleva essere in grado di evocare forze oltremondane, parallele e superiori.
Alla medesima epoca risalgono le prime tradizioni orali del racconto biblico in cui si legge: «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”»
Sembra di trovarsi difronte ad un affresco, come quelli delle grotte di Altamira, in Cantabria, in cui l’uomo osservava e immortalava la natura per propiziarsela in vista della caccia e della vita domestica. Nominare e disegnare animali e piante aveva dunque un valore evocativo.
Alcuni millenni dopo attraverso la rappresentazione simbolica dell’ambiente naturale e la manipolazione e “sovversione” dei soggetti rappresentati, in epoca alto medievale assistiamo alla ricomparsa nel folclore ebraico delle arcaiche esigenze. Narrano, infatti, le leggende che un gruppo di Sapienti – mistici e cabalisti – in Italia e più esattamente a Oria (BR) e poi a Benevento, avessero recuperato antiche conoscenze iniziatiche e magico-rituali per plasmare uno o più esseri viventi dal fango. Questi sono i Golem, in ebraico “materia grezza”, per distinguerla da quella elaborata da Dio, l’uomo, più perfetto e sfaccettato.
La figura mostruosa aveva un meccanismo di accensione e spegnimento come oggi accade per i nostri elettrodomestici, perché tale doveva essere la sua funzione: un servo tuttofare da riporre in magazzino alla bisogna.
Ad attivare il Golem era la parola “verità”, in ebraico “emet”, a spegnerlo, la parola “morte”, in ebraico “met”.
La creazione del Golem portava, però, alcuni problemi di natura pratica e morale. Primo fra questi riguardava la gestione del “mostro” e il suo utilizzo lecito. Occorreva trovare un modo corretto – se ve ne fosse stato – di utilizzare la forza bruta e amministrarla, impiegandola per compiere azioni positive in grado di supportare l’umanità nei bisogni quotidiani. Inoltre, l’assonanza, nella lingua originale, fra le due parole di accensione e spegnimento creava non pochi inconvenienti. Così secondo il registro parodico delle leggende, Golem impazziti vagavano periodicamente per i villaggi inseguendo fanciulle – in fiore e meno – e distruggendo armenti, tra il terrore della popolazione che, preso il maldestro creatore del mostro, lo bandiva a suon di percosse.
Il secondo problema, non meno grave, riguarda la Creazione in sé, ed è di tipo etico. Secondo le grandi religioni monoteistiche, infatti, a infondere la vita è solo Dio, Uno e Onnipotente, nessuno può sostituirsi ad esso nell’atto supremo della Creazione, sua massima prerogativa. Il corpus delle leggende del Golem diventa, così, la sfida per eccellenza dell’umanità verso chi l’ha creata. Di tali narrazioni sono protagonisti i principali centri di cultura e studio della diaspora ebraica: Oria, Otranto, Benevento, nel nostro mezzogiorno, l’Oriente, con Praga e piccoli centri di Polonia e Germania. Qui, infatti, lo studio della Torah, della Kabbalah, e la cultura chassidica trovavano spazio e compimento definitivo.
Il Golem è anche il simbolo luciferino della modernità, in cui l’Europa – Cristiana ed Ebraica – abbandona il teocentrismo in favore di un antropocentrismo dilagante, ma contiene una profonda critica a tale atteggiamento. L’uomo prima di sfidare le leggi divine deve essere preparato alle conseguenze che ne deriveranno.
Anche per questa ragione il cinema, inteso come incontro e confronto tra scienza, tecnologia e arte ha cercato, fin dalle sue origini, di narrare la leggenda del Golem.
Il primo soggetto fu quello del film, ormai perduto, di Paul Wegener Der Golem del 1915. Successivamente una parodia di successo diretta da Rochus Gliese con il contributo dello stesso Wegener, dal titolo Der Golem und die Tanzerin (Il Golem e la Ballerina) del 1917, convinse il regista a rimettersi all’opera scrivendo, girando e interpretando il suo capolavoro Der Golem, wie er in die Welt kam ovvero Il Golem, come esso venne al mondo del 1920. Il soggetto risulta molto più sfumato e meno melenso dei film precedenti, e a differenza di questi si tratta di Film Storico, che rende palese l’intento dissimulatore già espresso nel film parodia. In questa storia, in cui l’Ebraismo, seppure stigmatizzato, fa da padrone, anche i non Ebrei possono identificarsi con una realtà etnico culturale altra dalla propria. Il film narra di un pogrom contro la comunità praghese. Per proteggere il suo popolo, il rabbino Jehuda Löw crea un Golem, mediante antichi rituali magici. Questo risponde agli ordini del suo creatore, ma la sua forza lo rende difficile da controllare. Il gigante è innamorato – ariostescamente furioso – e per domarlo occorre sfilargli dal collo taurino il pendaglio/amuleto che contiene la scritta la scritta emet (verità), unica azione in grado di “spegnerlo”. Il mostro è in preda all’ira distruttrice e alla fine solo un casuale incontro con un gruppo di scolari festosi, pone fine al sortilegio, quando una bimba afferra per gioco il pendaglio a cinque punte (stella più cometa che ebraica) e pone così fine alla vita del Golem inaspettatamente. Evidente la critica aperta alla società del tempo in cui solo l’innocenza dei bambini poteva essere in grado di portare novità e salvezza, ma non sembra casuale che mentre i vecchi sapienti ebrei erano rinchiusi nel Ghetto, a porre fine al dramma siano un gruppo di bambini dalle fattezze indiscutibilmente ariane. Ciò non è sfuggito al genio di Mel Brooks che nel 1974 citò tra gli altri, anche questo particolare nel suo Frankenstein Junior.