Il Conte Orlok

di Giuseppe Ceddia

Forse è vero che i vampiri di una volta non esistono più. Le moderne messe in scena adolescenziali modello Twilight fan davvero sorridere se rapportate a certe passate vampirizzazioni dello schermo.
La ribellione e il maledettismo spicciolo di certe neo-pellicole sfuggono alla settima arte e si fan esclusivamente passatempo (a)filmico.
L’oggettività artistica vuole invece la sua parte, pensiamo al Dracula di Coppola, anno di grazia 1992, dove tra gentilezze romantiche e canini affilati, dandysmo esasperato e pene d’amore, il vampiro diventa simbolo della morte stessa dell’amore.
Il tradimento di Dio trasforma il cuore dell’uomo in pulsante vendetta per la perdita della donna amata. Ecco che l’eroe del romanzo di Stoker diventa emblema di certo romanticismo, byroniana disperazione dei sensi.
La vicenda alla base del romanzo, pubblicato nel 1897, è una delle più filmate di sempre. Basti pensare ai volti che hanno impersonato il conte, da Bela Lugosi a Christopher Lee a Klaus Kinski.
Chissà se son esistiti davvero i succhiasangue. Eppure, scherzi della storia, nel romanzo sono solo una minoranza le pagine che vedono presente il conte, vampiro martirizzato dalla modernità, il vero paletto di frassino è forse il telegrafo che permette all’uomo di esser più veloce della creatura della notte per quanto concerne la comunicazione. Non a caso il romanzo di Stoker è in parte il canto del cigno del romanzo gotico.
Il padre di tutti i Dracula si chiama Max Schreck, colui il quale ha interpretato il vampiro nel capolavoro di Murnau ossia Nosferatu, manifesto essenziale del cinema espressionista. Nel film il nome del conte non è Dracula bensì Orlok, espediente all’epoca utilizzato per scansare problemi di copyright.
Nel 1922, anno d’uscita del film, si realizza il sogno demoniaco di Murnau, portare sullo schermo la demonizzazione d’amore, il vampiro muto che teme il sole e forse sconta la sua condanna per la colpa stessa di esser innamorato dell’amore.
Il regista, Friedrich Wilhelm Plumpe, prenderà il nome di Murnau (villaggio bavarese dove visse per un periodo) e darà vita al primo film sulla figura del conte, un film che – visionato ancor oggi – desta sorpresa per svariati motivi, per certi movimenti eterei della macchina da presa, per certi chiaroscuri di derivazione pittorica o ancora per meravigliose angolature che ricordano gli spigoli di certi quadri espressionisti.
L’alone di mistero che racchiude il film è ancor oggi presente. È mai esistito Max Schrek? Qualcuno sosteneva che fosse lo stesso Murnau, truccato, a recitare; qualcun altro affermava che Schrek esistesse ma che fosse davvero un vampiro che il regista scovò in qualche tetro anfratto del mondo. Qualcun altro, come il regista Elias Merhige, si appassionò così tanto alla vicenda riguardo la lavorazione del film di Murnau, che nel 2000 girò L’ombra del vampiro con John Malkovich nei panni di Murnau e Willem Dafoe in quelli di Max Schreck.
I non morti, insomma, un tempo terrorizzavano gli spettatori, mentre un pianoforte accompagnava le scene mute della pellicola. Ora forse si è persa la poesia, il rumore sacro del proiettore, la luce sullo schermo che inquadra il vampiro che, in ognuno di noi, soffre la mancanza d’amore. Era il 1922. Murnau morirà nel 1931.
Forse morso da un vampiro.