Cosa vediamo quando vediamo un film espressionista?

di Arcangelo Licinio

Tutto può essere sottratto all’esperienza del cinema, le parole, i suoni, la narrazione di una storia, tranne le immagini e l’immagine, quella filmica in particolare, pone la questione inseparabile dello sguardo e del guardato: Chi è che vede in quella determinata maniera? Che cos’è quel qualcosa che è visto in quel modo, quale il suo statuto di realtà, quale il suo referente?
Il cinema espressionista è immagini che rispondono a queste domande in un modo che è stato, allorché è stato posto, radicalmente inedito. Contro la «decalcomania borghese del naturalismo» e «il suo intento di fotografare la natura o la vita quotidiana» [Eisner, Lo schermo demoniaco, p. 13], ha dissolto l’illusione del realismo naturalista, con la sua presunzione che il soggetto che guarda ha sguardo capace di abbracciare il tutto e scomparire, dando all’immagine che fa comparire alla visione lo statuto di essere la realtà, quella vera, affidabile e certa. È la realtà stessa, in effetti, a non essere più la stessa nella visione filmica espressionista. E questo, tuttavia, è sia presupposto che risultato dell’espressionismo. Messa in scena, apparire alla visione proprio di quella critica alla metafisica della visione operata da Nietzsche a cui spesso l’espressionismo è riportato e tuttavia, proprio per questo, non solo esso stesso espressione di un mondo che fatica a trovare il suo fondamento, ma anche messa in questione viva, verrebbe da dire “in carne ed ossa”, della stessa soggettività che vede. Nelle immagini filmiche espressioniste non vediamo solo una realtà nella quale irrompe la soggettività, (de)formando il mondo oggettivo del naturalista attraverso la manifestazione dell’inconscio, la proiezione fantasmatica di desideri, perversioni, traumi, etc. è la soggettività stessa che, irrompendo nel reale, viene messa in questione: «ogni film si presenta come la ricerca di una identità continuamente rimessa in questione – identità dei personaggi (Caligari, Mabuse, Nosferati) – ma anche del creatore che li crea» [Henry, Il cinema espressionista tedesco, p. 39]. È la stessa nozione di regia, residuo nascosto del soggetto della visione del mondo del naturalismo oggettivo a emergere, dalla visione filmica espressionista, nella sua ambiguità costitutiva. Ma allora, e con questo arriviamo all’ultima delle domande, quella sul referente, l’espressionismo diventa una nuova, altra, forma di oggettivismo: il soggetto, irrompendo nell’immagine-forma, dialetticamente si rovescia e «nel suo isolamento compare la società» (Adorno, Filosofia della nuova musica, p. 52). L’immagine filmica espressionista è dialetticamente una società, della quale non è più rappresentazione ma testimonianza.