Il dottor Caligari

di Sara Mastrodomenico

Considerato dalla critica come il primo vero film horror, Das Cabinet des Dr. Caligari di Robert Wiene, è tra i lungometraggi di maggiore successo della grande stagione del cinema muto tedesco.
Ciò non soltanto perché influenza l’intera storia del cinema o perché è da sempre coronato come manifesto cinematografico dell’Espressionismo, ma per come l’esordiente Robert Wiene, nonostante si riveli molto meno innovativo di alcuni suoi contemporanei, anticipa nei tempi alcune trovate che sono diventate parte della grammatica cinematografica, come ad esempio l’uso magistrale del flashback, che qui dura per il film intero e che rivela, con un meta-flashback, il finale a sorpresa.
Il film inizia dal racconto di un personaggio interno alla storia, Francis, che narra le vicende di un girovago/ipnotizzatore di nome Caligari che giunge alla fiera del tranquillo paese di Holstenwall, per presentare il suo fenomeno da baraccone: Cesare, il sonnambulo che predice il futuro.
Nel ricostruire la cittadina, il regista si avvale della scenografia firmata da tre importanti pittori e scenografi espressionisti: Herman Warm, Walter Reimann e Walter Rorhig, orbitanti attorno alla rivista Der Sturm; sui loro fondali dipinti, fortemente antinaturalisti e antigeometrici, gli attori si muovono come all’interno di mirabolanti installazioni in movimento. Sfondi di cartone colorato e dipinto con righe sghembe ci immergono in un mondo “al limite del mondo”, in una realtà anfibia immersa in colori blu, seppia e verdi (la versione originale è quella con i tre colori e non quella in bianconero).
La scenografia è surreale e onirica, con le prospettive falsate, le forme allungate e i colori visionari. Ogni singola scena è proiettata in questo mondo distorto (così come anche i dialoghi mantengono lo stile della scenografia) in modo che, quasi anticipando il concetto base del cinema gotico, l’ambiente trasmetta e partecipi della paura e della distorsione mentale dei protagonisti. L’atmosfera si carica di tensione e di assillante paura, paura per ciò che potrebbe accadere, terrore del futuro. In contrasto con il luogo rappresentato, la tranquilla cittadina, la vera messa in scena avviene dentro un non-luogo: la mente umana. Il dialogo tra le arti è palese non solo per le forti suggestioni pittoriche della scenografia. La recitazione esasperata, fortemente carica e teatrale, risponde naturalmente ad una esigenza fortemente sentita dal movimento espressionista.
L’espressionismo teatrale e pittorico suggerisce l’angolo visuale, il punto di vista; il cinema ha fornito i mezzi stilistici. Il girato attraverso lunghe inquadrature fisse crea una sorta di bidimensionalità e un effetto asfissiante: l’inquadratura, chiusa su se stessa, mostra un mondo a parte, al di fuori del quale non esiste niente. Le scenografie alterate attestano l’alterazione della psiche: il cinema diventa lo strumento per eccellenza per mostrare i fantasmi interiori. Il gabinetto del dottor Caligari costituisce una delle prime esperienze filmiche che si impone come simbolo di un determinato e ben riconoscibile movimento artistico culturale, il modo in cui si srotola la pellicola ha in sé tutte le tematiche filosofiche contemporanee, dalla palese messa in discussione della realtà alla degradazione della psiche umana, tutto alterato in una visione onirica contraddistinta dall’incubo e da un’angosciosa inquietudine. L’ansia di un popolo che si sente tradito produce i mostri di cui siamo circondati. Il racconto di Franz, scopriremo nelle ultime sequenze, è dentro di lui; noi spettatori siamo guidati attraverso la sua visione a vedere e percepire la storia come lui desidera prospettarla. Il mondo che noi vediamo è solo un mondo, il mondo di un narratore schizofrenico.