Motore!

Motore! Nel lessico cinematografico la parola motore gridata dal regista prima di ogni scena sta a indicare il momento fatidico in cui si esce dalla realtà ordinaria per varcare i confini dell’universo parallelo della finzione.

Una parola che scioglie l’angoscia di notti insonni per l’ansia degli ultimi ritocchi alla sceneggiatura, dell’affannosa rincorsa dei finanziatori, delle frenetiche consultazioni per la definizione del casting, delle locations, degli innumerevoli dettagli tecnici necessari alla realizzazione di un film.
Motoreee… e come per magia sul set cala il silenzio, la macchina da presa avvia la sua partitura, il ciack echeggia sulla scena: uno, uno prima!

A pensarci, è l’esatta analogia delle ansie che si vivono nel preparare una rassegna. Tutto coincide, la ricerca dei finanziamenti, le consultazioni per l’allestimento di un programma all’altezza delle aspettative, la selezione spesso dolorosa dei film, la spasmodica ricerca delle pellicole nelle segrete di cineteche o in caotici archivi privati, l’incubo dei permessi e dei diritti scaduti, l’ossessiva preoccupazione di rendere accattivanti al pubblico di oggi opere segnate dai morsi del tempo, banalizzate dai passaggi televisivi, surclassate dalla fantasmagoria dei moderni effetti speciali.
Ma poi, tutto evapora quando in sala cala l’oscurità, il proiettore avvia la sua partitura e un fascio di luce inonda lo schermo.

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Un commento

  • 6 novembre 2009 | Permalink |

    Che facemmo noi mortali per meritarci i simulacri di tela del cinema? quale il merito per cui ci fu regalato il fuoco da Prometeo e la mimesi in celluloide dai Lumière? Ci trovammo specchiati nell’immagine mobile, un fascio di luce potente sulle nostre teste partoriva l’immaginario sublime di povere, enormemente ricche menti cretive. Quanto saremmo noi, poveri oggi, se ci fossero strappate le navi di nebbia felliniane, l’innocente colpevolezza di Pier Paolo, se, come a lui la vita, ci fosse tolta la fame selvaggia del suo accattone, se perdessimo per strada la nichilista vitalità di Moretti, se si spezzasse l’altalena di Albertone, se si eclissasse il sole che scalda gli immobili basilischi? Potrenmmo ancora aver voglia di guardare in estasi un telo bianco che muove anche noi, immobili sulle poltrone di velluto rosso, se a quel bianco e a quel rosso uno spagnolo chiassoso non avesse aggiunto tutti i colori del vizio e dello spirito, se l’ascesa gloriosa di un cittadino in bianco e nero non fosse diventato il simbolo del cinema che si fa metafora assoluta?

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