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in programma al cinema
11/12 h 18:00

Route 77 the end:
omaggio a Paolo Rosa

schede di Rossella Crocitto


Nato a Rimini nel 1949, dopo gli studi all'Accademia di Brera, Paolo Rosa si occupa di arti visive e partecipa a varie esposizioni, tra cui la Biennale di Venezia. Si interessa di cinema dal 1979, anno in cui realizza il film Facce di festa presentato l’anno successivo alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1982 con Fabio Cirifino, Leonardo Sangiorgi e Stefano Roveda dà vita a Studio Azzurro, gruppo attivo nell’ambito delle sperimentazioni multimediali. Esplorando le mutazioni genetiche dell’arte, prodotte dai nuovi linguaggi tecnologici, il laboratorio ha orientato la sua attività di ricerca nel settore delle videoinstallazioni, delle videoambientazioni, dei film, del teatro, del teatro musicale, del videoteatro e della danza. Il ripensamento delle tipologie di fruizione spinge il pubblico a compartecipare ad un processo attivo che può mutare la percezione stessa dell’opera, producendo una nuova esperienza: il medium tecnologico diviene un sistema autonomo di segni, che instaura una nuova visione del mondo.
Da parecchi anni Rosa si interessa alle attuali problematiche dell’interattività e del multimediale, realizzando una serie di “ambienti sensibili” in cui, su un palcoscenico virtuale, l’interazione tra suoni, rumori, visioni e spettatori crea luoghi di incontro tra la tecnologia, lo spazio e la narrazione. Oltre che all’interno di Studio Azzurro, Paolo Rosa ha svolto la sua attività artistica sia come autore indipendente sia in collaborazione con altri gruppi. Inoltre, ha realizzato numerosi programmi video e televisivi, è intervenuto con scritti e riflessioni teoriche, ha svolto attività in campo formativo e didattico.


FACCE DI FESTA (Ita, 1980, 16mm, 46’48’’, colore)

Milano 1979. Passato da poco il Settantasette, finito il periodo delle manifestazioni di piazza e dell’impegno militante, piccoli gruppi si ricompongono in ambiti privati. Una festa organizzata appositamente per un film. Un lungo happening, fra camere nascoste, interviste, riprese documentarie. L’occhio autonomo della macchina da presa ricolloca lo spettatore fra narrazione e percezione, svelando senza inganni e in piena autonomia la recita a soggetto, lo snobismo esibizionista, l’originalità frivola, i radicati codici comportamentali e gergali, i desideri, i segreti, lo smarrimento e la solitudine di una generazione di “facce di festa”, che beve fanta e sniffa coca, alla deriva fra i rigurgiti postsessantottini e la nascita del neopunk.
“L’attenzione per la macchina da presa, per il suo muoversi, risale già alle nostre prime esperienze cinematografiche. In Facce di festa convivevano differenti punti di vista e diversi linguaggi: immagini rubate, interviste da terzo grado, fiction, una molteplicità necessaria a sezionare una generazione, la nostra, che si stava trasformando.” (collettivo Studio Azzurro)

LATO D (Ita, 1982, 16mm, 22’, colore)

Tra il 1977 e il 1978 un ragazzo di 17 anni, D., decide di raccontarsi riprendendosi con una Super 8. Tre anni dopo il materiale girato, insieme ai testi e ai diari, arriva casualmente nelle mani di Paolo Rosa che, con Leonardo Sangiorgi, estrae e rimodella un ritratto provocatorio e poetico, tra riti e detriti comuni alla generazione del settantasette.
“Un disco consumato di Lou Reed, spezzoni di pellicola, testi che scorrono sul video e si cancellano: tracce di D. Suoni ed immagini raccolte e riordinate, che ricompongono un simulato ritratto, forse non somigliante al suo originale, ma in cui si è cercato di non perdere quella carica di poesia e di provocazione trovata. Abbiamo provato a trasformare dei reperti dimenticati, fatti di allucinati e lucidi autoritratti significativi di un modo originale di vivere la condizione giovanile, in una documentazione attiva e raccontata.” (collettivo Studio Azzurro)
“Non ho mai comunicato con le parole in diretta, sempre attraverso gesti indiretti, parole indirette, non coordinate con le immagini. Quello che mi interessa è colpire. La droga la prendo come materiale integrante, solo che certe volte prende tutto. Lei mi diceva “sto male”, e io, “fatti una pera e ucciditi !”, perché lavoravo a margine, al contrario, perché sapevo che era l’unica arma. Uno che lavora al di fuori dei normali mezzi di comunicazione, deve avere sé come mezzo di comunicazione, si deve usare. Ho in testa il mio giovane, che non sono io, è un altro tipo, il mio attore ce l’ho io. Manie di disordine, dove vado lascio tracce. La musica deve essere uguale alla luce, rumore e pause e poi un intervento musicale disastroso…” (D.)

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