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Nato a Rimini nel 1949, dopo gli studi all'Accademia di Brera, Paolo Rosa si occupa di arti visive e partecipa a varie
esposizioni, tra cui la Biennale di Venezia. Si interessa di cinema
dal 1979, anno in cui realizza il film Facce di festa presentato
l’anno successivo alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1982 con Fabio Cirifino, Leonardo Sangiorgi e Stefano
Roveda dà vita a Studio Azzurro, gruppo attivo nell’ambito
delle sperimentazioni multimediali.
Esplorando le mutazioni genetiche dell’arte, prodotte dai
nuovi linguaggi tecnologici, il laboratorio ha orientato la sua
attività di ricerca nel settore delle videoinstallazioni, delle videoambientazioni,
dei film, del teatro, del teatro musicale,
del videoteatro e della danza.
Il ripensamento delle tipologie di fruizione spinge il pubblico
a compartecipare ad un processo attivo che può mutare la
percezione stessa dell’opera, producendo una nuova esperienza:
il medium tecnologico diviene un sistema autonomo
di segni, che instaura una nuova visione del mondo.
Da parecchi anni Rosa si interessa alle attuali problematiche
dell’interattività e del multimediale, realizzando una serie di “ambienti sensibili” in cui, su un palcoscenico virtuale, l’interazione
tra suoni, rumori, visioni e spettatori crea luoghi di
incontro tra la tecnologia, lo spazio e la narrazione.
Oltre che all’interno di Studio Azzurro, Paolo Rosa ha svolto
la sua attività artistica sia come autore indipendente sia in
collaborazione con altri gruppi. Inoltre, ha realizzato numerosi
programmi video e televisivi, è intervenuto con scritti e
riflessioni teoriche, ha svolto attività in campo formativo e
didattico.
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FACCE DI FESTA (Ita, 1980, 16mm, 46’48’’, colore)
Milano 1979. Passato da poco il Settantasette, finito il periodo delle manifestazioni di piazza e dell’impegno militante, piccoli gruppi si ricompongono
in ambiti privati.
Una festa organizzata appositamente per un film. Un lungo happening,
fra camere nascoste, interviste, riprese documentarie.
L’occhio autonomo della macchina da presa ricolloca lo spettatore
fra narrazione e percezione, svelando senza inganni e in piena autonomia
la recita a soggetto, lo snobismo esibizionista, l’originalità
frivola, i radicati codici comportamentali e gergali, i desideri, i segreti,
lo smarrimento e la solitudine di una generazione di “facce di
festa”, che beve fanta e sniffa coca, alla deriva fra i rigurgiti postsessantottini
e la nascita del neopunk.
“L’attenzione per la macchina da presa, per il suo muoversi, risale già
alle nostre prime esperienze cinematografiche. In Facce di festa convivevano
differenti punti di vista e diversi linguaggi: immagini rubate,
interviste da terzo grado, fiction, una molteplicità necessaria
a sezionare una generazione, la nostra, che si stava trasformando.”
(collettivo Studio Azzurro)
LATO D (Ita, 1982, 16mm, 22’, colore)
Tra il 1977 e il 1978 un ragazzo di 17 anni, D., decide di raccontarsi riprendendosi con una Super 8. Tre anni dopo il materiale girato, insieme
ai testi e ai diari, arriva casualmente nelle mani di Paolo Rosa
che, con Leonardo Sangiorgi, estrae e rimodella un ritratto provocatorio
e poetico, tra riti e detriti comuni alla generazione del settantasette.
“Un disco consumato di Lou Reed, spezzoni di pellicola, testi che
scorrono sul video e si cancellano: tracce di D. Suoni ed immagini
raccolte e riordinate, che ricompongono un simulato ritratto, forse
non somigliante al suo originale, ma in cui si è cercato di non perdere
quella carica di poesia e di provocazione trovata. Abbiamo provato
a trasformare dei reperti dimenticati, fatti di allucinati e lucidi
autoritratti significativi di un modo originale di vivere la condizione
giovanile, in una documentazione attiva e raccontata.” (collettivo
Studio Azzurro)
“Non ho mai comunicato con le parole in diretta, sempre attraverso
gesti indiretti, parole indirette, non coordinate con le immagini.
Quello che mi interessa è colpire. La droga la prendo come materiale
integrante, solo che certe volte prende tutto. Lei mi diceva “sto
male”, e io, “fatti una pera e ucciditi !”, perché lavoravo a margine, al contrario, perché sapevo che era l’unica arma. Uno che lavora al
di fuori dei normali mezzi di comunicazione, deve avere sé come
mezzo di comunicazione, si deve usare. Ho in testa il mio giovane,
che non sono io, è un altro tipo, il mio attore ce l’ho io. Manie di disordine,
dove vado lascio tracce. La musica deve essere uguale alla
luce, rumore e pause e poi un intervento musicale disastroso…” (D.)
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